Olmert: «Tutti al lavoro nel nome di Ariel»

da Gerusalemme

Luciano Gulli
nostro inviato a Gerusalemme
Faceva una certa impressione, ieri mattina, vedere quella poltrona vuota al tavolo del governo. Lì, su quell’enorme e soffice seggiolone di pelle color cannella dove per cinque anni gli israeliani e il mondo si erano abituati a vedere le vaste ed energiche membra del vecchio leone, gesticolante e ruggente, non c’era nessuno. E a nessuno è venuto in mente di toglierla, quella poltrona. Come se il premier, quello vero, dovesse tornare ad occuparla da un momento all’altro, chiedendo scusa per la momentanea assenza. Un’impressione più grande, quella poltrona vuota deve averla fatta a Ehud Olmert, l’ex sindaco di Gerusalemme che il destino ha scaraventato sulla scena affidandogli la parte del primattore che ha dato improvvisamente forfeit. «La democrazia israeliana è forte, tutti i suoi apparati funzionano, i ministri sono tutti al lavoro», ha detto il primo ministro ad interim con un groppo alla gola aprendo la seduta del Consiglio dei ministri. Era il messaggio che gli israeliani e il mondo intero volevano sentire. Un segnale di continuità, la garanzia che tutto procederà come se Sharon fosse ancora al suo posto. Accade, nella vita, che il destino ti proietti su una ribalta che non avresti mai pensato di poter calcare. A Olmert, che nel 2003 aveva assunto la carica di vice premier e da allora è stato il più fedele scudiero di Sharon, è accaduto. La congiuntura è difficile (la congiuntura è sempre difficile, per Israele); ma non c’è dubbio che quando Olmert si augura che «con l’aiuto del Signore Sharon possa ristabilirsi e tornare a guidare il Paese» è più che sincero. Se poi abbia gli attributi per portare senza scosse il Paese alle elezioni del 28 marzo, decidendo nel frattempo se consentire agli arabi di Gerusalemme Est di partecipare alle elezioni palestinesi, è cosa che vedremo nelle prossime settimane, quando l’uscita di Sharon dal panorama politico sarà stata digerita e metabolizzata. Attenti a evitare l’accusa di guadagnare punti a scapito del primo ministro ad interim, mentre quello vero si dibatte tra la vita e la morte, gli alleati di governo e i suoi compagni di Kadima fanno intanto a gara nell’offrirgli sostegno, collaborazione, solidarietà. Lo stesso Benjamin Netanyahu ha sospeso la decisione di ritirare dal governo i quattro ministri del Likud, in vista delle elezioni, e il leader laburista Amir Peretz ha annunciato il rinvio della campagna elettorale. A complicare le già difficili giornate di Olmert ha provveduto ieri il Procuratore generale Menahem Mazuz, ricordando all’ex sindaco della città santa che il tempo rimasto per assegnare gli incarichi di governo di cui Sharon aveva assunto l’interim quando i ministri laburisti si erano dimessi, non è molto. E poiché i posti da assegnare sono 12, si capisce la concitazione di queste ore, e il lavorìo sottobanco cui il delfino di Sharon è sottoposto. Se non altro, Olmert può adesso contare sull’appoggio di Shimon Peres, che in cambio del suo nome in cartellone, alle elezioni e nel futuro governo, gli ha garantito un sostegno leale. Al segretario di Stato americano Condoleezza Rice, al presidente egiziano Mubarak e a re Abdallah di Giordania, che si tengono in contatto telefonico quotidiano con Gerusalemme, Olmert ha nuovamente assicurato che il processo di pace non subirà scosse, così come proseguirà quella politica di disimpegno dagli affari palestinesi inaugurata da Sharon. Agli americani, così come all’Egitto e alla Giordania, tocca fidarsi delle parole dell’ex sindaco, anche se tutti si domandano se, alla prova dei fatti, il placido Olmert saprà sfoderare la grinta da guerriero che era di Sharon. A dargli una mano, sotto il profilo della fiducia interna, è l’economia israeliana, il cui prodotto interno lordo ha avuto un incremento del 5,2 per cento. Cala la disoccupazione e torna a riprendersi la Borsa, che dopo lo scivolone dei giorni scorsi ha riguadagnato quasi 2 punti percentuali. A governare lo stato dell’economia di qui alle elezioni potrebbe essere l’attuale ministro della Giustizia, l’energica Tzipi Livni, che secondo il quotidiano Yediot Ahronot potrebbe assumere l’incarico (e sarebbe la prima donna nella storia di Israele) di ministro delle Finanze. Ma è ancora troppo presto per capire quanto impervio sarà il cammino del sessantenne ex sindaco di Gerusalemme. Per il momento, i grattacapi piovutigli sul capo bastano e avanzano. Ma la tregua promessagli da amici e avversari lo conforta. Ed è forse proprio alla tregua di queste dolorose giornate che intendeva richiamarsi stamani quando, all’apertura del Consiglio dei ministri, guardandosi intorno ha detto: «Se Arik fosse con noi, cosa ci direbbe? Direbbe: grazie tante, apprezzo il vostro interessamento per la mia salute. Ma ora mettetevi al lavoro. C’è da badare alla sicurezza dello Stato, occuparsi dell’economia, agire».