Olmi in odore di eresia rottama il crocifisso

nostro inviato a Venezia

Se il cristianesimo si riduce a una religione dell’accoglienza chi parlerà di Gesù Cristo al mondo? È il quesìto che si è insinuato nei nostri pensieri dopo aver assistito alla proiezione de Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi, presentato ieri fuori concorso alla Mostra di Venezia e tiepidamente applaudito alla proiezione per la stampa. Un film problematico e attraversato dai dubbi che attanagliano il vecchio prete, quel Michael Lonsdale che già abbiamo visto in abiti religiosi ne Il nome della rosa e, più recentemente, in Uomini di Dio di Xavier Beauvois. Un film che però lascia un dubbio ancora maggiore: per fare il bene i cristiani devono mettere tra parentesi la loro fede? Devono relativizzare la figura di Gesù Cristo? Perché questo sembra il punto di arrivo dei novanta minuti della pellicola, «un apologo» secondo il regista che di recente ha ribadito la volontà di lasciare il cinema. Ed è un peccato che, quello che rischia di essere l’ultimo film del maestro de L’albero degli zoccoli, Lunga vita alla signora e La leggenda del santo bevitore, uno dei registi di più elevato spessore religioso, sia al contempo un modesto testamento cinematografico e un fuorviante messaggio spirituale.
Lento e claustrofobico, Il villaggio di cartone si svolge tutto dentro una chiesa sconsacrata dalla quale, alla prima scena, viene eliminato il crocefisso, e l’anziano sacerdote non vi può celebrare l’eucarestia. È qui, però, che lui si è ritirato a vivere. Ed è qui che accoglie un gruppo di clandestini nordafricani. Fuori echeggiano gli spari, mentre volteggiano gli elicotteri e le sirene della polizia squarciano il buio. Dentro, in un’atmosfera rarefatta resa ancor più dolciastra da una colonna sonora celestiale, i naufraghi cercano di ritrovare le forze mentre una di loro partorisce di nascosto in una stanza buia. Rutger Hauer è il sacrestano intransigente e restìo alla solidarietà. Alessandro Haber è il graduato di pubblica sicurezza che bussa dal prete per scoprire se i clandestini sono rifugiati da lui. Ma la chiesa che non lo è più nell’apparenza, ora che è diventata una casa di accoglienza lo è nella sostanza. «È una vera casa di Dio», nella quale le candele non si accendono per devozione ma per riscaldare gli infreddoliti ospiti e il fonte battesimale serve per raccogliere acqua da bere. Forte nel respingere l’intromissione dello Stato opponendo la legge della carità, il sacerdote è invece assalito dai dubbi a proposito della sua stessa vocazione: «Ho fatto il prete per fare del bene» riflette, «ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede». Una riflessione di alto profilo filosofico, chissà se suggerita da consulenti prestigiosi come Claudio Magris e il cardinal Gianfranco Ravasi. Tuttavia, proprio questo è il punto: anche i filantropi e la croce rossa vogliono fare del bene.
Alla conferenza stampa è stato chiesto a Olmi se la chiesa sconsacrata sia metafora di qualcosa di più profondo. «Certamente», ha replicato il cineasta: «Tutti noi dobbiamo imparare a disfarci degli orpelli e dei conformismi per entrare in relazione con gli altri. Ai cattolici vorrei dire di ricordarsi più spesso di essere cristiani». Ma l’assenza del santissimo in una chiesa sconsacrata non è solo l’eliminazione di qualche orpello. Bensì del fondamento di un cristianesimo che non voglia essere ridotto religione sociale o a religione della solidarietà. «È ambiguo affermare il valore del simbolo se questo non rimanda alla carne», ha replicato Olmi. «Il mio prete si rivolge a Cristo crocefisso dicendogli di non provare pietà per lui perché lo sente troppo lontano. Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari. C’è qualcosa di più importante dell’accoglienza?», ha concluso ribaltando l’interrogativo il regista.
Certo, l’accoglienza è un valore assolutamente importante. Ma in tutta onestà, ci pare che Cristo si sia scomodato per qualcosa più di un pur profondo umanitarismo.