Olmi, il potere e le vere ragioni della salvezza

La visione del film Centochiodi di Ermanno Olmi mi ha profondamente rattristato, e vorrei dire qui perché. Premetto che Olmi è un grande artista e che in questo film ci sono scene di rara bellezza. Ma mi rattrista il senso di confusione che regna in queste immagini finali di una grande carriera. Il film è imperniato sull’inutilità della cultura e della tradizione o sul fallimento delle religioni? Sono due problemi diversi, qui trattati come se fossero uno solo.
Perché questo ritorno al mito del buon selvaggio o del buon contadino, tra Rousseau e Pasolini? È un mito autogiustificativo. Questo mondo di gente naturaliter buona non c’è mai stato, sono solo gli intellettuali a farlo esistere.
Qui sta la vera questione tragica del film, e non nell’interrogativo - mal posto - sul perché le religioni non hanno salvato il mondo. Ho il sospetto che l’idea della salvezza sia, oggi come al tempo di Cristo, viziata dalla nostra malafede, che traduce questa parola in termini di potere. Anche i discepoli aspettavano che Gesù instaurasse il regno del Bene: è l’aspettativa di tutte le utopie e di tutte le ideologie, basate sull’organizzazione, e non sul «sì» dell’uomo.
Gesù ha già risposto alla domanda di Olmi: il mio regno non è di questo mondo. La salvezza non è un progetto, ma nasce da una decisione personale. La salvezza del mondo sta nella possibilità di questa decisione. E questa possibilità è presente e permanente, nonostante gli orrori della storia. «Io ho già vinto il mondo». Buona Pasqua.