Olmi: "Voglio fare uscire la poesia dalle cose"

“Silenzio e poesia sono le cose più importanti - racconta il regista -, ripeto, come per gli innamorati che esprimono l’ineffabile”

Venezia - Un soffio di vento muove le foglie dei tigli dell’Albergo Quattro Fontane del Lido di Venezia, chissà che non sia merito del “Vento Matteo” protagonista con il colonnello Procolo del film di Ermanno Olmi (Leone d’Oro alla carriera del 65° Festival del Cinema),”Il segreto del Bosco Vecchio” tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Vestito di bianco, seduto su una poltrona fatta di soli tronchi d’albero, Olmi racconta: “Ho messo piede su questo lembo di terra circondata dalle acque per la prima volta nel 1954. Da allora di delusioni ne ho avute e le ho lasciate anche andare, ma questo riconoscimento vuole dire che qualche cosa di buono ho fatto, il che non significa per niente che la mia carriera sia finita. Considero il Leone una sorta di promozione, non è un traguardo triste, se mai senti che un momento della tua vita è passato, nessuno mi impedisce di ricominciare, di rinascere”.

Con l’autore di “I cento chiodi”, la sua ultima fatica, è inevitabile non parlare a fondo anche di Adriano Celentano anche lui presente a Venezia con “Yuppi Du” del 1975, restaurato e ripresentato al grande pubblico con protagonista insieme al “molleggiato” nelle vesti anche di regista, la bella e brava Charlotte Rampling. Celentano ha come Olmi e lo ha confermato nella conferenza stampa, un grande amore per la natura, il rispetto per la vita, il senso di giustizia, in maniera più cruda e urlata forse, ma la sostanza è la stessa fatta di una morale, di una religione laica. E poi c’è la Laguna protagonista dei suo film e l’acqua che lo accomuna al Grande vecchio. Insieme hanno lavorato a un documentario: “Scelsi Celentano perché era un giovane capace, la sua musica e il suo stile era dirompente. Non siamo affatto una strana coppia come si dice, le sue e le mie idee sono concilianti. A consegnarmi il Leone sarà lui a fianco del direttore della Mostra, Muller. La “Via Gluck” è il proseguimento della mia “Bovisa”. Il mondo rurale è ancora nel suo animo, la natura appartiene all’uomo. Siamo sempre rimasti amici. Allora lui aveva 20 anni e io 27. Ha preso una casa ad Asiago dove vivo e per dirla con Goethe abbiamo le stesse “affinità elettive”, pensiamo certe cose e osiamo anche dirle".

Venezia, la lunga spiaggia del Lido, devastata da un recente impianto di cemento con tanto di passerella sul mare, unico esempio brutto dell’architettura del progettista Bruno, barche e non auto, sono nel cuore di entrambi. “Questa città mi appassiona sempre – dice Olmi – come il cinema, un mistero magico, un contatto con l’Olimpo. Qui si è tra la terra, la storia e il cielo. Così l’olimpo si trasferisce sulle spiagge del Lido. Quando arrivai per la prima volta alla Mostra del cinema ero come un bambino incantato, vedevo cose meravigliose, poi con il passare degli anni la vita la vedo meno paradisiaca, perché la vita può essere un bel sogno fino a una certa età e poi dobbiamo svegliarci. Sono fiero di dedicare questo Premio ai miei genitori e a tutti quei famigliari che mi hanno permesso di fare serenamente questo mestiere”. Per il regista anche di "Genesi. La Creazione e il Diluvio", sempre proiettato in questi giorni con altre sue opere che lo omaggiano qui al Festival, ora stiamo vivendo un momento difficile, politicamente, culturalmente, socialmente.

A questo proposito aggiunge: “Per fortuna ci sono registi come Sorrentino e Garrone. “Gomorra” è come “Roma città aperta”. Rossellini ci svegliò dal sogno del dopoguerra carico di speranze. I panni sporchi li avevamo addosso. La nostra consapevolezza ha determinato il nostro vivere, l’accettazione della realtà ho portato l’Italia nel mondo attraverso il cinema principalmente. Anche Fellini con “La dolce vita ci ha tolto dal sogno e indirizzato verso nuovi lidi. Avere il coraggio di farsi censurare è sempre segno di una classe dirigente corrotta”. Se per Olmi “la società si sgretola con le piccole crepe” significa che ragiona come un bravo artigiano, un termine che gli si addice perché nella manualità paziente c’è il germe dell’opera d’arte. “Insegno a Bologna, ma vorrei che fossero gli allievi a interrogare il maestro. Prendiamo Socrate, quanto ha imparato rispondendo a mille domande…E’ come quando guardo nella cinepresa, lo faccio con la testa e con il cuore. Le luci e le ombre ti danno il volume. Voglio fare uscire la poesia dalle cose, c’è sempre della dolcezza come nello sguardo dell’innamorato, ma davanti alla tanta solitudine di oggi è faticoso. Il mondo sta diventando una grande finzione, persino nel tg ci sono come sottofondo musiche angoscianti per sedurre lo spettatore. Ma il ragazzo di Bergamo che c’è in me continua a onorare la sua coscienza e a coltivare la memoria, un modo per riscattarci anche dal passato. Io voglio attori veri che hanno un anima”. Cerca Dio ma non può affermare che esiste, eppure i suoi film, persino “Il mestiere delle armi” era ricco di spiritualità. “Silenzio e poesia sono le cose più importanti, ripeto, come per gli innamorati che esprimono l’ineffabile”.