Oltre 18mila milanesi in cura per disturbi psichici

Ma secondo le stime dell’Asl i pazienti arriverebbero a circa 80mila. I medici lanciano l’allarme: «A rischio chi non segue le prescrizioni o non viene aiutato nel modo giusto». Tanti i malati che vivono negli alloggi popolari soli e senza assistenza continuativa

Sono circa 18mila i milanesi che soffrono di disturbi mentali e hanno scelto di farsi curare in uno dei sei dipartimenti (Dsm) dell’Asl. E però, andando a contare tutte le prestazioni psichiatriche erogate in città, si arriva a calcolare una popolazione di circa 80mila persone. Tra queste, anche chi, come Emiliano Delle Ville, ha deciso di rivolgersi ad una clinica privata.
Erano le 8.35 dell’altra mattina quando si è scagliato contro un dipendente dell’Esselunga di viale Zara. Lo ha mancato, ma non ha desistito. Nei successivi 40 minuti, infatti, è riuscito a ferire ben quattro persone prima di essere bloccato dai carabinieri.
Dopo la paura, Milano si interroga: era possibile fare qualcosa per evitare questa mattinata di follia? «Esistono dei vuoti normativi - risponde l’assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna - ma stiamo cercando di intervenire per potenziare l’attività preventiva». Il cammino intrapreso dall’assessorato è cominciato tre mesi fa. «Abbiamo istituito un tavolo sulla pericolosità sociale - continua Landi - coinvolgendo medici, forze dell’ordine e magistratura». L’obiettivo? «Licenziare diverse ipotesi di lavoro entro la fine dell’anno da portare al sottosegretario Ferruccio Fazio e al ministro Mario Carfagna, così da riuscire a concretizzare i nostri sforzi».
La premessa del professor Carlo Altamura: «Emiliano non era un depresso, perché i depressi al massimo fanno male a se stessi». Secondo il primario di psichiatria della Fondazione Policlinico probabilmente si tratta di schizofrenia: «Avrà sentito delle voci che lo minacciavano e quindi avrà identificato nelle sue vittime il vero pericolo». Capita ai pazienti che non seguono correttamente una terapia farmacologica. Capita, a chi non viene seguito in modo adeguato.
La prima regola per evitare episodi del genere: «deve essere garantita la continuità terapeutica - precisa Altamura -. Per questo la famiglia e i medici di base hanno un ruolo molto importante». Sono solo mille i pazienti ospitati in strutture residenziali, gli altri frequentano autonomamente gli ambulatori per terapie farmacologiche, counselling e psicoterapie.
Un altro dato significativo: la metà dei malati ha più di 40 anni. E questo significa solo una cosa: «il problema centrale è la difficoltà di intercettare gli esordi - spiega il professor Claudio Mencacci, primario al Fatebenefratelli -. Milano soffre di una grande carenza: la mancanza di un collegamento tra scuola e servizi specialistici».
L’intervento in età giovanile infatti, migliorerebbe la prognosi e il decorso della patologia ma è un obiettivo molto difficile da raggiungere. La prova: l’Asl ha calcolato che di media intercorrono dieci anni dall’esordio dei primi sintomi all’arrivo del malato ai servizi. Nel 2007, il Comune ha firmato ben 884 Tso (trattamento sanitario obbligatorio), «l’estrema ratio - spiega Altamura - per i pazienti che possono diventare un problema per se stessi e gli altri, che vivono situazioni che non possono essere risolte altrimenti».
Ma quanti di questi malati possono realmente diventare pericolosi? «Difficile dare una risposta esatta - chiarisce Mencacci - perché non sono mai stati fatte delle indagini specifiche a Milano». E però, «uno studio americano (Mc Arthur study) fatto a Chicago e in altre metropoli statunitensi aiuta a farsi un’idea». Eccola: «la percentuale dei reati commessi da persone con disturbi mentali si aggira intorno al quattro per cento. Una cifra, che sale vertiginosamente se si sommano anche i reati commessi da persone ubriache o sotto l’effetto di stupefacenti».
A questo allarme, si aggiunge quello del vicesindaco Riccardo De Corato: «Sono circa 4mila i malati in cura psichiatrica che vivono nelle case del Comune e dell’Aler in quanto privi di nucleo familiare. Una situazione che non può non destare preoccupazione, visto che molte di queste persone non godono di assistenza continuativa».