Oltre a contenere i consumi bisogna gratificare chi guida

Negli ultimi mesi il mercato dell’auto aziendale ha rialzato la testa, facendo registrare segnali di ripresa sia sul fronte delle flotte in proprietà sia, soprattutto, su quello del noleggio a lungo termine. Eppure, come già successo in passato, a zavorrare il settore, rendendogli di fatto impossibile raggiungere percentuali di penetrazione equiparabili a quelle dei principali Paesi europei, rimane il nodo irrisolto della fiscalità. Che, non dimentichiamolo, in Italia continua a essere penalizzante nei confronti della mobilità d’impresa.
Uno stato di cose non più sostenibile, per un comparto che conta due milioni di veicoli utilizzati da aziende di tutte le dimensioni, a cui vanno aggiunte le auto in uso promiscuo per agenti e professionisti. La necessità di interventi in materia fiscale, quindi, appare stringente. E non a caso, a richiederli è oggi un coro praticamente unanime di associazioni e operatori della filiera. Comprese case auto come Bmw Italia, che proprio su questo tema ha commissionato uno studio al Certet (Centro di economia regionale, trasporti e turismo) dell’università Bocconi. Obiettivo: formulare ipotesi di modifica dell’attuale normativa che rendano più conveniente per imprese e professionisti l’acquisizione di vetture aziendali, favorendo così un rilancio del mercato. Rilancio che, per essere tale, non può accontentarsi di stimoli di breve periodo come quelli forniti dalle campagne d'incentivazione, ma deve invece basarsi su manovre strutturali capaci di creare una domanda stabile di medio-lungo respiro, destinata a sua volta a tradursi in un più veloce rinnovo dei parchi circolanti.
Punto di partenza dell’analisi è, ovviamente, uno sguardo a quanto accade appena fuori dai confini. Per ribadire che, rispetto agli altri «big» dell’Ue, in Italia vige il livello più basso di detraibilità dell’Iva (40%) e di deducibilità dei costi dalla dichiarazione dei redditi (18mila euro). Tutto il contrario di quanto accade per esempio in Germania, dove l’Iva è totalmente detraibile e la deducibilità è illimitata. Da qui l’esigenza di un cambio di rotta, a caccia di soluzioni che non solo vadano incontro ai bisogni delle aziende, ma salvaguardino anche i conti dello Stato.
Due, in questo senso, le ricette individuate da Certet e Bmw: innalzare tanto la detraibilità dell'Iva quanto il limite dei 18mila euro fiscalmente rilevante per la deducibilità, peraltro risalente al 1997 e da allora mai aggiornato; oppure, mantenere invariate le percentuali di detraibilità ma cancellare con un tratto di penna il limite di deducibilità. Le conseguenze? Nel primo caso, ipotizzando una detraibilità dell'Iva cresciuta al 50% e un limite fiscalmente rilevante salito fino a 25.800 euro (cifra valida oggi solo per alcune categorie di professionisti, in virtù della particolare importanza rivestita dall'auto nello svolgimento delle loro attività), gli estensori dello studio calcolano benefici sostanziali per le aziende, in particolare per quelle che hanno in flotta auto di segmento premium, sulle quali il risparmio in termini di tassazione toccherebbe i 1.700 euro. La seconda opzione, invece, porterebbe alle aziende vantaggi distribuiti uniformemente, in maniera proporzionale al valore delle vetture: dai 191 euro di tasse in meno per quelle non premium ai circa 2.400 euro che si andrebbero a risparmiare sulle premium.
Certo, entrambe le ipotesi prevedono anche minori entrate per l’Erario, pari rispettivamente a 500 e 444 milioni di euro. Niente paura, però: a far quadrare comunque i conti provvederebbe l’aumento delle immatricolazioni che simili misure porterebbero inevitabilmente con sé. Secondo i calcoli, nel primo caso servirebbero circa 74mila veicoli in più l’anno, mentre nel secondo ne basterebbero 49.500. Cifre alla portata, se si pensa che le stime di Unrae indicano in 100mila unità il numero delle nuove immatricolazioni attivabili con politiche fiscali a favore delle flotte. E non è tutto.
Non vanno dimenticate, infatti, le positive ricadute socio-economiche che l’adozione di una nuova normativa potrebbe innescare. A cominciare da una maggiore solidità finanziaria dei concessionari e dai benefici che l’accresciuta rotazione del parco porterebbe al mercato dell'usato.