Oltre la Costituzione, il diluvio

Proviamo a valutare la condizione politica dell’Italia d’oggi senza ipocrisie diplomatiche, che del resto non servono a nascondere una realtà che l’opinione pubblica investe con un’ondata di antipolitica.
Questa seconda Repubblica è ripudiata ormai da tutti, nessuno la difende. La prima qualche rimpianto l’ha avuto, e ce l’ha perché nonostante tutto la sua storia non è tutta ingloriosa: c’è stato un momento che persino un fiero avversario il comunista Giorgio Amendola, le riconobbe meriti. La seconda non ha neppure compiuto 15 anni ed è già malridotta. Partita con grandi promesse di riforme politiche e morali, non ne ha realizzata nessuna. È tutta un degrado.
Di presentabile e dignitosa c’è rimasta la Costituzione. Il resto è un disastro. Sono scomparsi i tradizionali partiti. Ne sono nati di nuovi, troppi in verità, se ne contano più di venti, che sono quasi camarille. Taluni stanno provando a fondersi, ma di continuo saltano su fazioni in dissenso, come nel caso del Partito democratico sognato da Fassino, al quale non si può negare onestà intellettuale.
Sono state ripudiate le vecchie ideologie che erano bandiere che segnalavano concezioni di vita e del mondo, la Weltanschauung, e cioè la cultura che c’era dentro ognuno. In gran confusione è l’economia pubblica: da un mix di statalismo (di comodo) e di liberismo (strumentale e altrettanto di comodo) è sfociata in una babele di sinistra-destra e viceversa, tanto che non ci si capisce più niente. Lo stesso capitalismo, che alla modernizzazione del paese il suo contributo nel ’900 l’ha dato, appare imbolsito, grandi capitani non ce ne sono più.
E la cultura e la scienza? I due luoghi che ne dovrebbero essere la fabbrica, scuola e università, hanno solo un merito, d’essere diventate nell’ultimo mezzo secolo di massa, ma è un pezzo che non producono eccellenze. Di ricerca ce n’è poca e infruttuosa, è dal tempo dei polimeri di Natta che mancano scoperte scientifiche. Eravamo il quarto o quinto paese industrializzato al mondo e ora siamo sullo scivolo: avendo rinunciato al nucleare buttando miliardi in centrali poi distrutte, per l’energia siamo subordinati, gran parte dell’elettricità ci viene da paesi europei, per il gas e il petrolio dipendiamo dai russi e dagli arabi. Non viviamo certo tranquilli. Alcune nostre contrade sono infettate da mafia, camorra, ’ndrangheta. In molte c’è il grave problema della sicurezza per l’invasione incontrollata di immigrati. Ci sono territori e città, Napoli e la Campania, per es., ridotte a pattumiere per colpa di una classe politica incapace e irresponsabile. In luoghi dove dovrebbero poter giocare i bambini, sotto le finestre delle case, si ammucchiano cataste di spazzatura che ammorbano quell’aria che una volta per la sua luminosità faceva di quella regione un paradiso per i viaggiatori provenienti da tutta Europa.
In declino sono le infrastrutture costruite dall’Italietta di Crispi e Giolitti e potenziate e ammodernate dall’Italia del «miracolo economico» del secondo Novecento. È una fatica di Sisifo convincere della necessità di costruirne di nuove: la Tav, per es., e il ponte di Messina.
La Giustizia, ch’era un tempo gran virtù morale e inorgogliva giuristi e magistrati s’è infarinata di politica e continua a deludere nei momenti nazionali più delicati. C’è parzialità nella sua amministrazione.
Sì, che gran disfacimento in tutti i settori. L’inizio fu nel ’68, quando cominciò una folle corsa verso il baratro, ora siamo in limine: ancora un passo e sarà il patatrac.
I margini per la salvezza sono davvero pochi. C’è addirittura da disperare che ce ne siano ancora. In chi e in che cosa sperare? Forse nella democrazia dell’alternanza, ma è un concetto che non gode credito nella nostra politica. La maggioranza, diventata nel frattempo palesemente minoranza, di ritirarsi in buon ordine non ci pensa neppure; e anche l’ex minoranza è in panne per dissensi e gelosie interne. È utopia sperare che gente di buona volontà dell’una e dell’altra sponda si renda conto dei rischi gravissimi che corriamo? Chi ci salverà? Le vecchio zie longanesiane non ci sono più.