Oltre la fantasy per superare la fatalità del Male

«Le Cronache di Narnia» in edizione integrale

Dopo il successo della trilogia ispirata a Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien non poteva mancare un film tratto dal ciclo de Le Cronache di Narnia di Clive Staples Lewis che - prodotto dalla Disney - sarà sugli schermi a Natale. Le Cronache di Narnia (di cui Monadori pubblica oggi per la prima volta un’edizione integrale con tutti i sette libri della saga; pagg. 1154, euro 20; traduzione a cura di Giuseppe Lippi), capolavoro del genere fantasy, è qualcosa di più di un’allegoria a sfondo cristiano. C.S. Lewis, docente di letteratura medievale a Cambridge, iniziò a scrivere il primo dei sette romanzi che compongono il ciclo - Il leone, la strega e l’armadio - nel 1949, dopo aver avuto «un incubo pieno di leoni». Nessuno aveva pensato prima di lui all’immagine del leone che guarisce la miseria umana giungendo al sacrificio estremo, ma Lewis era affascinato in quel periodo dalla simbologia cristiana.
Nell’infanzia era stato un bambino sensibile e sognatore, colpito dalla morte prematura della madre. Amava rifugiarsi in una stanza della casa dove c’era un grande armadio: da lì un’inquieta immaginazione l’avrebbe condotto a varcare la soglia di un mondo parallelo al nostro, dove le dimensioni di tempo e di spazio si perdono in una sorta di medioevo fantastico. Qui l’impossibile diventa elemento creativo della realtà quotidiana, si aprono nuove prospettive che mettono in rilievo la crudeltà degli esseri umani come quella delle creature fantastiche appartenenti alle fiabe: streghe, maghi e orchi che trasformano in sofferenza tutto ciò che di nobile anima l’universo.
Non a caso tra Lewis e Tolkien c’era un sodalizio antico, che risaliva al periodo universitario a Oxford. La loro cultura sconfinata unita a una viva propensione per il fantastico sta all’origine delle loro opere. Entrambi inoltre condividevano la passione per il riscatto del bene dinanzi ai venti di guerra che all’epoca squassavano il mondo. Tra l’altro, la partecipazione al primo conflitto mondiale aveva segnato precocemente Lewis, che aveva subìto il trauma di vedere un suo caro amico morirgli tra le braccia. Con una visione più solare e rassicurante, il ciclo di Narnia presenta in effetti molte affinità con la saga de Il Signore Degli Anelli: sono libri inquietanti, ricchi di miti e simbologie colte che indicano la strada per superare la fatalità del male, che pure fa parte della vita. Ma attenzione: solo un’erronea associazione della fiaba e del fantastico con il mondo dell’infanzia ha destinato Le Cronache di Narnia ai bambini. In realtà, scrive Lewis, tutto ciò è «un pregiudizio locale e accidentale» perché da adulto confessava che era «in grado di apprezzare la fiaba più di quanto fosse possibile nell’infanzia», riuscendoci a vedere più cose.
Scrive Lewis che «l’abitudine di leggere rende qualsiasi bosco del mondo un po’ fatato» e non allontana certo i bambini dai boschi della realtà come vorrebbero taluni, convinti di sapere di cosa hanno bisogno e pronti a dettare le loro regole etiche. I veri scrittori sono infatti quelli che creano, che sanno scrivere una storia «senza morale». «Mi schiero - precisa lo scrittore - con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano uccisi alla fine del racconto». E questo valga per insegnamento agli adulti.