Oltre la frontiera dell’odio E Sharon rischia la vita

Il suicidio per ragioni «politiche» non è estraneo alla storia del Paese: mai però rivolto contro innocenti

Le dichiarazioni dell’ex capo dei servizi di sicurezza israeliani, Avi Dichter, al serale Yediot che conferma la cattura di due kamikaze ebrei (oppositori della politica del governo sull’evacuazione della Striscia di Gaza) solleva una serie di inquietanti quesiti.
La prima concerne la persona di Dichter stesso e la formulazione delle sue rivelazioni, secondo la versione data dal quotidiano di Tel Aviv. Nessuno in Israele mette in dubbio i meriti di questo superpoliziotto che ha inflitto durissimi colpi al terrorismo palestinese inventando pratiche che oggi fanno testo nel mondo del controterrorismo. Controterrorismo che lui avrebbe voluto portare avanti fino alla vittoria totale. Tutti coloro che si rendono conto dell’impossibilità di vincere una guerra terrorista diventata espressione di lotte di popolo (e dunque una specie di guerra civile) se non col negoziato (oppure con l’impossibile distruzione totale del campo avverso) contestano la sua visione strategica e apocalittica contro l’Intifada. Sono perciò da prendere con una certa riserva le sue drammatiche dichiarazioni. Anzitutto per ciò che concerne il termine kamikaze - il suicidio per uccidere - che finora era monopolio islamico, simbolo di martirio (e di ricompensa nell’aldilà) per gli uomini e le donne-bomba arabi.
L’ebraismo ammette il suicidio per il bene di una causa. Ad esempio il suicidio-omicidio dei difensori della fortezza di Masada contro i romani è diventato simbolo di eroismo nazionale. Esso ha ispirato molti dei combattenti ebrei condannati a morte o arrestati dagli inglesi che si tolsero la vita per garantire il segreto delle informazioni che possedevano o togliere al nemico la soddisfazione di «fare giustizia». Ma si è sempre trattato di immolazione di sé a scopo «dichiarativo», non a scopo distruttivo degli altri.
Il fatto che i «kamikaze» ebrei scoperti da Dichter avessero inzuppato l’auto su cui viaggiavano e i loro vestiti di benzina ricorda più la strategia politica antisovietica di Ian Palach a Praga o di bonzi buddhisti nel Vietnam, che dei kamikaze. D’altra parte se questi esaltati avessero veramente voluto trasformarsi in kamikaze - attaccando un veicolo israeliano a scopo dimostrativo o un autobus di bambini ebrei - essi avrebbero con questo delitto distrutto la loro causa e reso un tragico servizio a Sharon. Il Paese non li avrebbe infatti mai perdonati. In un seminario di studi sulle tattiche da adottare per l’evacuazione di Gaza, un anno fa, un alto funzionario del ministero della Difesa ebbe a dire: «Garantitemi un soldato ucciso dai coloni e io vi garantisco l’evacuazione senza sforzo». Una strage di ebrei per mano di kamikaze connazionali sarebbe la fine dell’intero movimento dei coloni e la pietra tombale sull’ideologia del grande Israele.
Questo non significa che di pazzi non ne esistano in Israele. Ma il pericolo che essi rappresentano è anzitutto la possibilità - molto reale - di assassinare il primo ministro. Ciò è già avvenuto con Rabin e il suo assassino ha cambiato il corso degli eventi con due pallottole. Ma era sostenuto, oltre che dalla sua fede, anche dalla certezza che arrendendosi subito non sarebbe incorso che in una lunga prigionia ma non nella morte. Secondo caso ben più pericoloso e facilmente realizzabile non è l’imitazione ebraica dei kamikaze islamici, ma quella dei lanciatori di missili di Hamas. Tecnicamente non c’è nulla di più facile per dei fanatici ebrei allenati da un lungo servizio militare di lanciare dei razzi o dei proiettili di mortaio contro le moschee di Gerusalemme. Se questo avvenisse, il pandemonio emotivo, politico, religioso che l’attentato produrrebbe sarebbe tale da mettere fine ad ogni speranza di accordo non per anni ma per decenni a venire.
Naturalmente le rivelazioni dell’ex capo dei servizi di sicurezza israeliani fanno accapponare la pelle. Esse dimostrano come - sotto la fragilissima tregua che ha seguito la morte di Arafat e gli accordi negoziati dal suo successore Abu Mazen con le organizzazioni terroristiche islamiche con l’aiuto della mediazione egiziana - cova un vulcano di odio, follia, attrazione di morte e di parossismi ideologici pronto a eruttare in ogni istante.