Omaggio al «fiabesco» Pino Pascali

Fedora Franzè

Il passaggio fulmineo di una meteora, ma dalla scia persistente, la presenza di Pino Pascali nel mondo dell’arte ufficiale. Nel 1968 il geniale trentatreenne a cavallo della sua motocicletta veniva investito da un’automobile che faceva inversione, una deroga ai regolamenti di effetto assai diverso dalle disubbidienze giocose da cui nasceva la sua arte.
In omaggio ai settant’anni che il 19 ottobre l’artista avrebbe compiuto la Galleria nazionale d'arte moderna espone fino al 27 novembre le opere appartenenti alla sua collezione permanente. Sono presenti le tele, smaltate e messe in tensione su legno, a forma di labbra e di torso di donna, che lo hanno reso celebre nella prima mostra personale del 1965 presso la galleria La Tartaruga di Roma. Sono raccontati i tre anni di intensa, ininterrotta attività di produzione artistica in cui si definisce l’apporto sostanziale alla corrente dell’Arte povera, alternativa tutta italiana a una pop art di cui Pascali sente con chiarezza l’estraneità culturale assieme alla fascinazione.
Nato a Polignano a Mare (dove si trova un interessante museo a lui dedicato), dopo aver studiato a Bari e a Napoli, dal 1955 Pino Pascali frequenta l’Accademia di belle arti di Roma, e diviene allievo di Mario Scialoja. Da lui impara non solo la scenotecnica ma ad apprezzare l’arte contemporanea, americana ed europea, da Oldenburg a Pollock a Burri, a sperimentare resistenza e resa estetica di ogni genere di materiale.
L’elaborazione di idee divenute poi le opere oggi in mostra accompagna l’attività di scenografo per la tv, di creatore di immagini per la pubblicità; affianca la dimensione d’uso del design, in uno scambio continuo e de-gerarchizzato di strumenti e materie.
La fantasia di Pascali è serena, elegante; il suo anticonformismo - guardato con gli occhi del nuovo secolo - si ricompone in un universo fiabesco e nitido che perde carica rivoltosa e guadagna forza immaginativa. La lana d’acciaio, la paglia, gli scovolini da piatti in versione gigante diventano fragili archi, folte code senza padrone, bachi colorati. Tra i pilastri severi delle sale scivolano dinosauri ridotti all’essenziale della colonna vertebrale o di un profilo vanitoso come una ruota di pavone: efficacia della comunicazione sintetica e poetica.
Alla qualità delle opere in mostra si affianca un allestimento felice. Pannelli bianchi e neri si aprono a libro al centro della seconda sala, esibendo e nascondendo gli «insiemi» degli Attrezzi agricoli, del Gruppo di personaggi, la Cornice di fieno, i Ruderi su prato, li si incontra con piccola sorpresa come fiori tra le pagine. A terra si trovano le «opere d’acqua», un mare e un fiume «in scatola» con cui l’artista intendeva lasciare piena espressione alla «qualità di spazio del colore», e Botole ovvero lavori in corso, porzioni di cemento sollevabile, ovvero cosa c'è sotto la pelle della città. Sono esposte anche le fotografie di Pascali, quasi tutte in bianco e nero, preziose per la comprensione del suo sguardo. In alcune immagini il campo bianco è attraversato da fili di carrucole, di reti, da corde o pali, come da un segno energetico, che qualifica lo spazio.