«Un ombelico al vento distruggerà l’Islam»

«La ventenne del mio libro ricorda la scrittrice italiana Melissa P.: le ragazze come lei minano le società tradizionaliste»

«Quando s’invecchia si ha bisogno di pensare a cose rassicuranti e dolci. Di immaginare che qualcosa di bello ci aspetta in cielo. Insomma ci si allena un po’ a morire. Quando non si è né troppo stupidi né troppo ricchi». Michel Houellebecq non è il dottor Céline, ma nello sguardo ha la stessa lucida, strafottente, apocalisse. Sul tavolo ci sono solo bottiglie d’acqua. Vuole fumare, un cameriere si avvicina e lo avverte: «Mi scusi, ma qui non si può». Lui lo guarda sorpreso: «Davvero nei ristoranti italiani sono vietate le sigarette?». È così, ma solo se sono accese. Houellebecq parla lento, con lunghe pause tra una frase e l’altra. Ricorda un po’ Zdenek Zeman, per i capelli, per gli occhi, per quell’abbozzo di sorriso amaro con cui risponde alle domande, per quella saggezza di poche parole. La possibilità di un’isola (Bompiani, pagg. 398, euro 18) è il romanzo in cui forse mette davvero a nudo le sue paure: invecchiare, sbiadire, affogare nel cinismo, sentirsi come il comico, il buffone, che ormai odia il suo pubblico.
Houellebecq ha 47 anni. Quando ne aveva venti sognava di diventare un grande poeta. Ha scritto delle buone poesie. Poi ha scoperto il romanzo. Lavorava in una casa informatica. Era un programmatore. «È lì - dice - che ho scritto Estensione del dominio della lotta. Ho raccontato un mondo, cane mangia cane, di cui non trovavo traccia nelle mie letture». Ascoltava i Pink Floyd e leggeva molto: «Fantascienza. I classici li ho scoperti tardi». La possibilità di un’isola è molto un romanzo di fantascienza. C’è molto Dick. C’è molto Burroughs. Quella di Houellebecq è la fantascienza di un grande opinionista.
L’isola di Houellebecq è l’ultimo rifugio di individui senza carne, senza passione, senza cuore. È l’approdo all’universo dei post-umani, i figli dei figli di un archetipo clonato in un’altra era. Tutto ciò che è rimasto della loro anima è un pugno di byte che si ripete all’infinito: la memoria di ciò che sono stati. Il romanzo è questo: il viaggio verso quest’isola. Il porto da cui si parte è qui. È questo tempo che stiamo vivendo. Daniel, l’archetipo, è il personaggio che racconta tutto questo. È lui che dice: l’unico peccato che puoi commettere è non essere giovane, bello, ricco e famoso. È lui che narra una società senza religione. È lui che si arrende alla logica del the show must go on. È lui che non digerisce il sesso per il sesso. E soccombe di fronte al suo amore, una ventiduenne spagnola, senza padre, senza pudore, senza futuro, che nella vita corre troppo veloce. Esther, il suo nome. «Indossava dei jeans stretti a vita bassa, e un top rosa aderente che le lasciava scoperte le spalle. Nel momento in cui si alzò per andare a ordinare, scorsi il suo tanga, anch’esso rosa, che le usciva dai jeans, e mi cominciò a tirare. Quando tornò dal banco, feci una gran fatica a staccarle gli occhi dell’ombelico. Lei se ne accorse, sorrise e mi sedette accanto».
L’ha mai conosciuta?
«Chi?».
Esther.
«L’abbiamo conosciuta tutti. Ninfe, lolite, giovani ragazze senza pudore, meravigliose partouzere».
Partouzere?
«Sì, non so come vengono chiamate in italiano le ragazze che partecipano alle orge».
La lingua italiana in questo campo ha molti sinonimi, ma forse sono più generici. Uno specifico per le orge forse non c’è.
«E nel mio romanzo partouzere come viene tradotto?».
Con un termine molto generico, appunto.
«Strano. Il personaggio di Esther ricorda in qualche modo una giovane scrittrice italiana. Si chiama Melissa».
Melissa P.?
«Melissa P. Esatto».
I personaggi del suo romanzo sono ossessionati dal mito dell’immortalità, dell’eterna giovinezza. Non c’è più traccia di etica, religione, si affoga nel cinismo. È un mondo in cui essere vecchi è una condanna. Il futuro dell’uomo è nella clonazione e nella manipolazione genetica. Viene quasi voglia di dare ragione ai tradizionalisti di tutte le fedi.
«Se io fossi un tradizionalista mi preoccuperei. Ma credo ci sia poco da fare».
Favorevole alla clonazione?
«No, se serve a fornire solo pezzi di ricambio. Ma un uomo clonato è comunque un uomo a tutti gli effetti. Quindi, va bene».
Come vanno i suoi rapporti con il mondo islamico?
«Hanno smesso di importunarmi. Ed è meglio non riaprire la questione».
Ha avuto paura?
«No. È stato fatto molto chiasso. Ora siamo in perfetto equilibrio: io li ignoro e loro mi ignorano».
Nel romanzo uno dei personaggi predice la sconfitta dell’Islam.
«È vero. Il mondo islamico è destinato a implodere. Verrà sconfitto dall’interno».
Da chi?
«Le Esther e le Melisse P. ci sono anche nel mondo islamico. Queste ragazze, con l’ombelico al vento, sono i veri killer dell’Islam».
Chissà se risparmieranno l’Occidente?
«L’Occidente è più flessibile. Si adegua. Ha notato che i due Paesi dove era più forte l’integralismo cattolico sono stati i primi a ripudiare i costumi della Chiesa?».
Francia e Italia?
«No. Spagna e Irlanda».
È possibile la convivenza tra Islam e Occidente?
«Non è possibile una convivenza pacifica. E purtroppo noi siamo costretti a resistere per difendere quelle tre o quattro cose buone della nostra civiltà».
Quali?
«Salman Rushdie tempo fa ne ha indicate tre: le donne con le minigonne, la libertà d’espressione e gli hot dog. Sulle prime due sono d’accordo. Sulla terza ho qualche problema. Confesso che da qualche tempo ho la tentazione di aderire a una pratica islamica».
Cioè?
«Quando mangio carne suina ho forti rimorsi. Sono andato in Thailandia e c’era un maialino molto intelligente e affettuoso. Era in una specie di circo equestre e faceva calcoli algebrici elementari. Senza trucchi, credo. Ho scoperto che i maiali sono intelligenti come i cani ed io non mangerei mai carne di cane».
Cosa è andato a fare in Thailandia?
«Non è il caso che le racconti il resto della mia vacanza».