Ombrelloni, cestini, lampioni: tutto da rifare

Sgarbi: «Troppi orrori. Per migliorare Milano si deve partire dalle piccole cose»

Marta Bravi

Ore 13, piazza Scala 3, si riunisce per la prima volta la commissione per la vigilanza estetica della città, detta volgarmente «commissione per il bello». Ed è subito guerra. I primi a finire nel mirino: pali della luce, insegne dei negozi, cestini dell’immondizia, tavolini e ombrelloni dei bar.
Il plotone d’esecuzione è composto dall’assessore per la Cultura Sgarbi, la mente ideatrice, l’assessore allo Sviluppo del Territorio Carlo Masseroli, il collega all’Arredo Urbano Maurizio Cadeo e quello alle Attività produttive, Tiziana Maiolo, la commissione edilizia comunale, e il gotha del design italiano: Pieluigi Cerri, Dino Gavina, Maurizio Di Robilant, l’architetto Dante Benini, per fare dei nomi.
«La Moratti - esordisce Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura di palazzo Marino -, si è rivelata molto rigorosa: questa mattina (ieri, ndr) in Giunta non ha fatto passare due delibere edilizie perchè non era abbastanza chiaro il tipo di intervento che si intendeva fare. Questa è la dimostrazione che io e il sindaco siamo in perfetta sintonia su questo punto: la tutela e la salvaguardia del bello cittadino. Cosa ci fa per esempio - e qui il critico comincia a scaldarsi - quell’“orrore giallo” in piazza Amendola? Lo voglio eliminare».
Ecco allora che alle parole dei giorni scorsi, seguono i fatti e Sgarbi già ha un piano: «Cominciamo con un programma minimalista - le citazioni dotte intervallano ogni frase - cose piccole che lancino un segnale forte ai cittadini: miglioreremo Milano». Che tradotto significa: via i cestini verdi dell’immondizia, «per dirla con Montale rappresentano ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», dice Sgarbi, che rilancia: «Si possono sostituire con quelli ottocenteschi o con dei nuovi. Possiamo indire un concorso di idee».
Secondo punto i pali della luce: e quegli «orrori giallo rossi» in corso Lodi? Si chiede piccato l’assessore, seguito dal coro di assensi dei presenti. «In piazza Cavour ce ne sono di tre tipi diversi» si alza una voce.
Terzo pugno nell’occhio sono gli ombrelloni con lo sponsor, i tavoli e le sedie di plastica che si affastellano davanti ai bar del centro: «Brera è un obbrobrio» convengono i presenti. «Il sovrintendente di Venezia, Renata Covello - racconta il designer Dino Gavina - ha stabilito che i tavoli e le sedie all’esterno dei locali siano di legno». «Benissimo - esclama Sgarbi - anche a Milano faremo così». «Ecco perchè siamo qui tutti insieme - spiega l’ideatore del comitato di vigilanza - per portare avanti un lavoro congiunto tra assessorato al Decoro Urbano, assessorato al Territorio, alle Attività produttive e commissione edilizia». Ecco allora che la sinergia di competenze e sensibilità produce subito degli effetti: altra nota stonata le insegne dei negozi, che non si risparmiano per fantasia, varietà di forme e colori e originalità, per usare un eufemismo. La palla passa all’assessore Maiolo: «Anche in questo caso serve un codice: si potrebbero trovare una decina di modelli tra cui far scegliere i negozianti. Non dobbiamo calare un gusto estetico dall’alto - sottolinea l’assessore - ma promuovere interventi armonici e pertinenti».
Così come sarà necessario arrivare alla stesura di un codice urbanistico-architettonico per mettere a freno l’«effetto favelas» - come lo chiama Sgarbi - effetto dell’anarchia dei privati che rovina quartieri storici; ci sarà da scrivere anche una grammatica per l’arredo urbano e per il restauro degli edifici. L’appuntamento è per l’8 setttembre.