Omero, l’ex tombarolo pentito diventato il re del falso d’autore

Giuseppe De Bellis

Ogni Omero ha la sua Odissea. Questo ha nemici in divisa: «Nel mio museo viene molta gente. Quanta non posso dirlo: cose, sì insomma, sa... à finanza». Piacere, Omero Bordo da Tarquinia, l’ultimo Etrusco. Così dice di sé, convinto che la discendenza dei suoi conterranei antichi sia un suo diritto esclusivo. Personaggio, lui: «Se c’è una cosa che mi fa incazzare è quando mi chiamano tombarolo. Mi offende». Bisogna aggiungere una parola prima: ex. La precisione è diventata il mestiere di Bordo e allora quando si parla con lui bisogna calibrare. Ex, quindi. Ex tombarolo. «Non è che rinnego il mio passato, però quella è stata una parentesi della mia vita. Adesso sono un artista».
Boccata di sigaretta: il tempo di spiegare. Omero da piccolo scavava vicino a casa sua e raccoglieva i «coccetti» per conto di un collezionista. Tanti pezzettini: vasi, gioielli, bronzi. I tesori degli Etruschi. Gli dicevano così: «I pezzi milionari dovevano avere certe caratteristiche, soprattutto dovevano essere a figure nere». Lui andava. Naso, mani, bocca. Terra e buio. Cominciò a trovarle. Una, due, tante. Soldi: «Ero ragazzino, non sapevo nemmeno che fosse un reato». Si giustifica. Ora è un imprenditore dell’archeologia, un signore che costruisce con le sue mani le stesse cose che i suoi avi facevano migliaia di anni fa. Non le stesse, che sennò come dice lui sarebbero dei falsi. «Quello che faccio io non è riprodurre l’arte antica. Io sono la continuazione di quelle capacità. I miei sono pezzi originali, non copie di quelli dell’epoca. Sono un artista etrusco contemporaneo. Mi hanno invitato anche alla Biennale di Venezia».
Ci andrà, anche se Omero sta meglio dalle sue parti, dove ha sempre vissuto, dove lavora, dove riesce anche a fare autopromozione. Giornali e televisioni: «Cioè io so andato due volte sul New York Times, na volta sul National Geographic. E poi mi chiamano in un sacco de trasmissioni televisive». Famoso. L’ultima cosa che ha fatto è stato scrivere al Metropolitan Museum di New York e proporgli un affare. Sapeva che il museo aveva deciso di restituire al governo italiano Euphronios. Telefono: «So che al Met, devono restituire un vaso etrusco all’Italia. Potrebbero prenderne uno mio, molto simile. Costruito con la stessa tecnica». Era il 22 agosto e non c’è stata ancora risposta: «Eh ma quello è un museo grosso, mica ci mettono poco per rispondere. Ce stanno funzionari, poi diversi direttori. È na lunga trafila». Omero ci spera e fiuta il business, lui che da quando cominciò a frugare nelle tombe antiche ha capito che con l’arte si possono fare molti soldi. Ora una parte di quelli che ha già intascato è stata reinvestita nel suo sogno: Etruscopolis, un museo tutto suo, la riproduzione di una città etrusca. Come vivevano i suoi bis-bis-bis-bis-bisnonni, come mangiavano, come dormivano. Omero ha ricostruito tutto. Un’altra parte dell’Odissea. Questa è la sua Itaca. Casa. «Etruscopolis è il mio sogno realizzato. Comprai i terreni dodici anni fa e cominciai subito a rimetterli a posto. Lì, prima c’avevano fatto una fungaia. Adesso sono 15mila metri quadrati sottoterra dove c’è tutta la storia della cività etrusca: pure i letti coi morti. Faccio tutto io». Cioè costruisce con le sue mani i vasi, le terrecotte, i gioielli («deve vedè quanto so belli»). Ha fatto tutto lui anche con la sua città in miniatura: «Etruscopolis è una cava originale dalla quale gli Etruschi estraevano una pietra calcarea (il “macco”), per costruire le loro città. Sono fedelmente ricostruite sette tombe dipinte complete dei corpi e del corredo funebre, il plastico dell'antica città di Tarquinia, l'abitazione italica, una rappresentazione del lavoro di estrazione, la preparazione del corpo del defunto prima di essere deposto nella tomba. Un'ampia area è stata adibita a museo con vasi e bronzi di varie epoche». Allora ripete: «Non sono copie». L’impresa dell’Ultimo Etrusco prevede dipendenti: «Sette, otto persone. A volte anche na decina». Con Omero lavora una delle figlie. L’aiuta adesso che il papà ha 63 anni e deve pensare alla produzione. Clienti ce ne sono. Qualcuno dev’essere facoltoso. Mister Bordo ha conosciuto gente importante. Dice di aver aiutato Gustavo di Svezia in uno scavo: il re era a Tarquinia per conto della società d’archeologia del suo Paese. Si fece consigliare da Omero: dove scavare, dove trovare con certezza qualcosa di interessante. «Signore scavi qui, proprio qui». Allora gli sterratori cominciarono: «Dopo alcuni colpi di piccone avvertirono il duro del macco. Erano spallette che facevano da ala all’ingresso della tomba. Il re meravigliato disse: “Svelami, ti prego, qual è il tuo segreto. Lo terrò per me, solo per me”. La risposta: “Signore non ho nessun segreto da svelare. Avverto solo la presenza dei miei antenati”». Quello era il passato. Oggi le mani Omero le usa per costruire: «Adesso sto costruendo una statua molto grande. È un lavoro importante, l’ho chiamato Enigma». Si venderà. Perché a Etruscopolis si vende tutto. Forse c’è già qualcuno pronto a comprarlo. In fondo tutto è un pezzo unico. Antico, ma contemporaneo. Mica una copia. E il prezzo non sarà quello di una copia: «Sì, ecco non so veramente quanto costano. Cioè non glielo posso dì».