Omicidio a Hollywood con vista mozzafiato sul villone di Madonna

Nel nuovo thriller di Michael Connelly, il detective Bosch alla prese con un caso forse troppo grosso anche per lui

Michael Connelly

La telefonata arrivò a mezzanotte. Harry Bosch era ancora sveglio, seduto in soggiorno al buio per gustarsi fino in fondo il suono del sax. O almeno così gli piaceva pensare. Inibire un senso per esaltarne un altro. Ma dentro di sé conosceva la verità. Stava aspettando. Al telefono era Larry Gandle, il suo supervisore alla Speciale Omicidi. Era la prima chiamata che Bosch riceveva da quando aveva cambiato sezione. Esattamente quello che stava aspettando.
«Harry, sei sveglio?».
«Sì».
«Che cosa stai ascoltando?».
«Frank Morgan dal vivo al Jazz Standard di New York. Al piano c’è George Cables».
«Si direbbe All Blues».
«Indovinato».
«Gran pezzo. Mi spiace, ma devo interromperti».
Bosch spense lo stereo con il telecomando.
«Motivo della telefonata, tenente?».
«La Hollywood vuole che tu e Iggy prendiate in mano un caso. Ne hanno già tre, oggi, e non possono accollarsene un quarto. Oltre tutto questo ha tutta l’aria di essere un hobby. Un’esecuzione, a quanto pare».
(...) Bosch si fermò dietro a un gruppo di auto di servizio: il furgone della Scientifica, la station wagon del medico legale e una serie di auto della polizia con o senza contrassegni di riconoscimento. Un nastro giallo delimitava il perimetro esterno della scena del crimine, al centro della quale c’era una Porsche Carrera grigia metalizzata con il cofano spalancato. Bosch intuì che si trattava della macchina della vittima perché era circondata da altro nastro giallo.
Anche se non c’era molta luce, riusciva lo stesso a distinguere una fila di reperti dentro ai sacchetti della Scientifica. Ognuno conteneva un oggetto ritrovato sul corpo della vittima: un portafogli, un portachiavi e un tesserino di riconoscimento con la clip.
Bosch prese in mano il sacchetto che conteneva il tesserino di riconoscimento e lo avvicinò alla luce: «Saint Agatha’s clinic for women»; sotto, la foto di un uomo con occhi e capelli scuri che sorrideva all’obiettivo. Il tesserino lo identificava come il dottor Stanley Kent. Bosch notò che il tesserino era anche una chiave.
«Perché non mi racconti tutto quello che può interessarmi, Jerry?».
«Con molto piacere» rispose Edgar (il poliziotto che ha allestito la scena del crimine, ndr). «Il cadavere è stato trovato circa un’ora fa. Con il buio qui non è permesso parcheggiare né sostare, come puoi vedere dai cartelli sulla strada. La Hollywood manda sempre una pattuglia di notte per tenere lontano i ficcanaso, così i ricchi del quartiere sono contenti. Pare che quella casa laggiù sia di Madonna, o almeno lo è stata».
Indicò un’immensa villa a circa cento metri dalla radura. Alla luce della luna si vedeva la sagoma di una torretta che si innalzava dal tetto; il muro esterno era dipinto a strisce color ruggine e giallo. La dimora si trovava su un promontorio: dalle sue finestre si poteva godere di una vista spettacolare sulla città. Bosch immaginò la popstar svettare sulla torretta osservando la città che giaceva ai suoi piedi. Tornò a guardare il vecchio partner, pronto ad ascoltare il resto della storia.
«La macchina di pattuglia si avvicina, gli agenti non vedono nessuno, né fuori né dentro la Porsche, così decidono di scendere e trovano il nostro uomo al centro della radura. A faccia in giù, con due buchi sulla nuca. Un’esecuzione pura e semplice».
Bosch indicò il tesserino di riconoscimento nel sacchetto.
«E il nostro uomo si chiama Stanley Kent?».
«Così sembra. Tanto il tesserino quanto il contenuto del portafogli dicono che si tratta di Stanley Kent, quarantadue anni, residente qui vicino, in Arrowhead Drive. Dal numero di targa siamo risaliti a una certa “K&K Fisica Sanitaria”. Ho fatto qualche ricerca nella banca dati: Kent è pulito. Qualche multa per eccesso di velocità con la Porsche e nient’altro. Un bravo diavolo».
Infilò i guanti e aprì la portiera dalla parte del conducente. Si chinò all’interno e si guardò intorno. Sul sedile di destra c’era una ventiquattrore. Non era chiusa a chiave; fece scattare la serratura e dentro trovò diversi documenti, una calcolatrice, blocchi per appunti, penne e fogli di carta. La richiuse e la lasciò al suo posto. Se era appoggiata sul sedile del passeggero, pensò, allora la vittima era arrivata da sola: doveva aver incontrato lì il suo assassino, che aveva raggiunto il belvedere con un’altra auto. Poteva essere un elemento importante. Aprì il vano portaoggetti e sul tappetino si rovesciarono altre tessere di riconoscimento simili a quella rinvenuta sul cadavere; le raccolse una a una e vide che erano state rilasciate da diversi ospedali della zona. Tutte riportavano la stessa foto e lo stesso nome, Stanley Kent, l’uomo trovato cadavere accanto alla Porsche.
O almeno così presumeva Bosch.

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