Omicidio Raciti Un anno dopo è tutto uguale

Dopo la morte del poliziotto a Catania, gli ultrà restano padroni degli stadi, gli steward non ci sono e ora non vengono bloccate più neanche le trasferte delle partite a rischio

Può darsi che l’osservatorio del Viminale osservi bene e dunque il suo responsabile, Felice Ferlizzi, si possa ritenere soddisfatto di come stiano andando le cose nel calcio italiano, tanto basta negare la trasferta ai tifosi di quella o quell’altra squadra e il problema della violenza è ridimensionato. Così dicono anche le cifre: meno feriti, meno incidenti, qualche arresto in più, ma è roba piccola. Ma passando dalle scrivanie e dai binocoli dell’osservatorio e simili, chi si avvicina a uno stadio di calcio e decide anche di metterci piede sa benissimo che un anno dopo la morte dell’ispettore di polizia Raciti, e un anno abbondante dopo l’assassinio del dirigente calabrese Licersi, il mondo del pallone italiano ha fato soltanto finta di mettersi in regola.
I tornelli? Sono stati montati, in alcuni casi, nel giro di quarantotto ore, per motivi di cassetta e non di sicurezza, perché altrimenti non si sarebbe giocato. Gli steward, bella parola anglosassone, sono rimasti solo nei manifesti di propaganda. I club non ci pensano nemmeno a pagarli, e poi già sappiamo quale concetto abbia il popolo italiano del vigile, del poliziotto, del carabiniere, figuratevi di uno con la giacca gialla o rossa che ti impedisce di guardare la partita e ti segnala, come una spia, agli uomini del servizio d’ordine. Gli striscioni, poi, continuano ad apparire, a essere esposti in tutti gli stadi, godono anche di una letteratura e di uno spazio televisivo (Striscia la Notizia); bloccati quelli di razzismo politico, gli altri lenzuoli entrano ed escono che è un piacere. Provate a fare lo stesso in qualche stadio inglese, spagnolo o tedesco e vi accorgerete. I biglietti nominali. Un’altra balla colossale. Sono mille i casi di spettatori che si presentano al proprio posto ma lo trovano occupato da qualche ultrà che ne invoca lo «ius primae sediae», e che sono quindi costretti a desistere e andarsene altrove. Sono aumentati i posti in piedi, e per quanto riguarda le scalinate libere e gli accessi alle uscite, meglio non dire di quello che accade in molti impianti del sud ma anche del nord, aggiungendo anche un particolare folkloristico: provate, per una volta sola, a contare quanta gente a bordo campo assiste alle nostre partite, specie sui campi del meridione (cito per esperienza personale), infermieri, raccattapalle, carabinieri, polizia municipale, vigili del fuoco, amici di questi e parenti degli altri e così, ad ogni fine incontro, assistiamo all’invasione pacifica con richiesta di maglie e autografi. Ma se questo è spettacolo romantico e gioioso che cosa è mai il «terzo tempo»? Un’altra dimostrazione che un anno dopo i due omicidi, Licersi e Raciti, i calciatori, sì proprio loro, quelli che indossano la maglietta della salute con lo slogan a effetto «pace, contro la violenza» provvedono a ripristinare le cattive abitudini, permettendoci di assistere in diretta, a metà campo, a quello che loro avevano l’abitudine di inscenare nel tunnel che porta allo spogliatoio: sputi, insulti, aggressioni verbali e fisiche.
Che fine ha poi fatto la famosa carta del tifoso, una specie di tessera di identificazione ideata, ahimè, da Franco Carraro e Girelli e non ancora in vigore. Non certo per motivi di tipografia ma perché il Coni ha un’idea (di estenderla a tutte gli avvenimenti sportivi), la Federcalcio un’altra e la Lega calcio infine un’altra ancora. Deve essere obbligatoria, potrebbe invece essere facoltativa, non è una violazione della privacy. La privacy? Un’altra balla colossale di questo Paese dove tutti siamo intercettati, spiati, seguiti, inseguiti, dove anche acquistando un panetto di burro al supermercato sanno chi siamo e dove andiamo, la privacy, dunque, verrebbe violata da chi vuole semplicemente disciplinare il pubblico che entra in uno stadio?
Per ultimo il meraviglioso dodicesimo uomo, i nostri tifosi, la spinta per le vittorie. Chiediamo informazioni e chiarimenti ai calciatori di colore che vengono molestati con i «buu» puntuali, chiediamo alle forze dell’ordine, fuori e dentro gli stadi, come vengono trattate dal meraviglioso pubblico, chiediamo, una volta per tutte, agli stessi calciatori di svelare quali rapporti hanno con gli ultras che fanno da badanti alle loro famiglie, provvedono alle ferie, alla spesa, agli appuntamenti dal parrucchiere in cambio di biglietti gratuiti (in alcuni casi rivenduti?) e simili.
Un anno dopo, dunque, l’Italia resta il Paese che ha perso la candidatura all’organizzazione degli europei del 2012 ma ha anche la faccia tosta di dire, per voce del suo dirigente Matarrese: «Se l’Ucraina e la Polonia dovessero rinunciare, noi non ce la faremmo, chiederemo un aiuto a un Paese d’Oltralpe». Ma come, il 18 di aprile scorso a Cardiff si erano presentati la Melandri, Abete, Matarrese con un budget di investimento di 672 milioni di euro e la solita presunzione di essere i migliori d’Europa e nove mesi dopo chiediamo aiuto?
Questo è il calcio nostrano, Raciti verrà commemorato tra lacrime, minuti di silenzio e frasi di circostanza, poi l’Osservatorio tornerà a prendere il binocolo e gli ultras a sfidare la polizia.