Omicidio Raciti, il giudice libera l’ultras

Per lo stesso gip che aveva fatto scattare le manette "ci sono rilevanti elementi di dubbio" su arma, tempi del delitto e testimonianze. Il magistrato non avalla però la tesi della difesa secondo cui l’ispettore sarebbe stato ucciso da un furgone della polizia. Il giovane resta comunque in cella per rissa

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Roma - Si incrina l’accusa di essere l’assassino, ma lui resta dentro. Annullata l’ordinanza di custodia cautelare per il ragazzino accusato della morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, negli scontri del derby Catania-Palermo. Il giovane ultrà era ritenuto esecutore materiale del delitto, insieme ad altri supporter ancora da identificare. Avrebbe colpito Raciti usando un sottolavello d’acciaio come ariete. Ma una perizia del Ris, insieme all’assenza di testimonianze specifiche, e alla mancanza di un video del momento del presunto impatto, hanno convinto il Gip catanese Alessandra Chierego dell’esistenza di «rilevanti elementi di dubbio». Così il giudice ha deciso di revocare l’arresto. Il ragazzo resta dietro le sbarre per aver partecipato ai tafferugli, nonostante i quattro mesi di carcerazione preventiva. Non ha certo giovato al ragazzo l’aver partecipato, nel carcere minorile, a una «spedizione punitiva» contro un altro detenuto, figlio di un poliziotto. Un rapporto disciplinare di un mese fa lo coinvolge nell’episodio e ha convinto il Riesame a non concedergli la libertà.

La difesa all’attacco
Giuseppe Lipera, avvocato del presunto assassino, incassa la decisione del gip, attende la scarcerazione del ragazzo e canta vittoria, annunciando il ritiro di «tutti i ricorsi pendenti». Dopo aver indicato strade alternative per l’indagine, ora che le certezze della procura vacillano, i legali dell’ultrà possono abbandonare il contrattacco e scegliere una strategia più attendista. Limitandosi a mettere in evidenzia le crepe più vistose nella ricostruzione che, secondo il Pm, incastrava il giovane tifoso del Catania. Punti deboli sui quali, in molti casi, anche il Ris ha soffermato la propria attenzione nella perizia ordinata dal giudice, che ne ha fatte proprie alcune delle conclusioni. Anche se il gip non sposa la teoria della difesa, secondo cui a uccidere Raciti potrebbe essere stata una maldestra retromarcia di un fuoristrada della polizia. Un’ipotesi che invece il reparto scientifico dell’Arma non esclude a priori. Ma ecco i lati oscuri dell’indagine.

In dubio pro reo
Così il Ris assolve l’ultrà in galera. A pagina 116 della perizia, a proposito del giubbotto in goretex del poliziotto ammazzato, annota: «I dati analitici ottenuti non ci consentono di stabilire con certezza scientifica se il sottolavello in sequestro possa esser stato l’oggetto che impattò violentemente contro l’ispettore Raciti». A favore della non compatibilità e inidoneità tra giacca e pezzo di lavandino, i carabinieri in camice bianco evidenziano «l’andamento dei tagli e l’aspetto delle fibre» e l’assenza «nel taglio e nella giacca sequestrati» di tracce riconducibili «alla pellicola protettiva a base di polietilene» che invece emergono dalle 14 simulazioni su un fantoccio. Anche i frammenti di acciaio trattenuti dalle fibre del tessuto sono difformi: nei test la quantità di metallo è elevata, nel giubbotto di Raciti le tracce sono minime.

Furgone amico
Dagli esami del Ris spuntano dati incomprensibili che, per la difesa, dimostrano la tesi della morte sopravvenuta per «incidente automobilistico». Sulla maschera antigas e sugli stivali di Raciti - osservano i militari - sono state trovate tracce di vernice azzurra che si sospetta possa essere dello stesso tipo che colora la carrozzeria del «Discovery» in uso al Reparto Mobile. Questo dato collimerebbe - sempre a detta dei difensori del tifoso arrestato - con la testimonianza (verbalizzata) dell’agente scelto L.S. alla guida del furgone blu che, manovrando alla cieca, bersagliato dalle pietre e dai petardi, in furiosa retromarcia, avrebbe impattato contro Raciti. «A un certo punto ho sentito una botta sull’auto» racconta il poliziotto, aggiungendo che poi vide Raciti alla sua sinistra portarsi le mani alla testa e due colleghi soccorrerlo per evitare che cadesse a terra. Ma il gip non ne è convinto, e se da un lato è perplesso sull’uso del lavello come arma del delitto, dall’altro esclude che Raciti sia stato accidentalmente travolto dal suo autista.

La prova che non c’è
Non esiste la pistola fumante. «Nessun filmato esiste e mai esisterà in ordine all’esatta dinamica dell’azione», scrive il gip. Anche sulla congruità del tempo trascorso tra la ferita e la morte non c’è certezza. E se Raciti racconta a un collega che a colpirlo è stato «un soggetto “grosso” conosciuto dalla questura e che era a capo della Anr; un soggetto “con i capelli un po’ così”», il gip ricorda che la descrizione non incastra il ragazzino. Grosso sì, ma con i capelli coperti da un cappello, e certo non a capo di un gruppo ultrà.