Omicidio Reggiani La difesa: «Uccisa da più persone»

Per l’avvocato le ferite della donna non possono essere state inferte da uno solo, ma da più persone. I racconti degli operatori del 118

È la giornata delle testimonianze di chi, per primo, la sera del 30 ottobre 2007 soccorse Giovanna Reggiani, gettata in fin di vita in un fossato dopo essere stata aggredita all’uscita della stazione ferroviaria di Tor di Quinto. Il processo per l’omicidio non è ancora entrato nel vivo, ma le testimonianze degli operatori del 118 fanno capire ai giudici della Corte d’Assise con quale brutalità l’assassino si è avventato contro la vittima. «La donna era già in coma, in condizioni al limite della vita - racconta l’infermiere Claudio Pascarella - Aveva i pantaloni tirati giù, uno o entrambi i seni scoperti. La camicia era un po’ strappata, non aveva lo slip. Sembrava che avesse un piede con tutte le unghie rovinate come se il corpo fosse stato trascinato. Il volto era tumefatto, irriconoscibile, con tutto un edema tipico di una persona che avesse preso tanti colpi al capo». Davvero una «brutta scena», che Marcello Spezzaferro, l’altro soccorritore, racconta così: «Abbiamo coperto il corpo per rispettare la sua dignità di donna. Aveva il volto pieno di sangue e tumefatto come se le avessero dato in faccia una tavolata o una bastonata. Ci siamo subito resi conto della gravità delle sue condizioni. Ritenevamo che non potesse arrivare viva in ospedale». Giovanna Reggiani morì in ospedale dopo due giorni di coma. Della sua morte è accusato il romeno Romulus Nicolae Mailat, 25 anni, che segue annoiato il processo seduto accanto al suo avvocato, Piero Piccinini. Il legale è convinto di poter dimostrare che la donna non può essere stata uccisa da un’unica mano. «Le lesioni sul corpo della Reggiani - dice a fine udienza - erano così intense e molteplici per il numero dei colpi inferti, da non poter essere causate da una persona sola». Per dimostrare la sua tesi il penalista ha fatto convocare per il 22 ottobre il suo consulente di parte. Anche i romeni Clopotar e Obeda, che verranno sentiti in videoconferenza in sede di rogatoria, dovrebbero confermare che all’aggressione parteciparono 4-5 persone. Per l’avvocato non ci sarebbero tracce evidenti che mettono in relazione Mailat con la vittima. Anche perché, come spiega Paola Asile, biologa della scientifica, dalle tracce di sangue trovate sulla borsa e sul portafogli della Reggiani non è stato possibile individuare alcun profilo genetico perché non c’era dna sufficiente. Impossibile anche usare il luminol per rilevare tracce ematiche sul viso di una persona: «È una sostanza tossica e cancerogena».