Omicidio di San Siro, la pista delle scommesse

Potrebbe ruotare intorno al quartiere di San Siro il delitto di Giovanni Di Muro, 41 anni, imprenditore dalle frequentazioni ambigue. Qui ha abitato per un periodo, qui è stato ucciso giovedì mattina, qui, attorno al sottobosco dell’ippodromo, si muovono soldi sporchi e scommesse. Viene presa in considerazione anche la pista della sua collaborazione a un’importante inchiesta antimafia. Ma al momento appare la meno robusta.
Di Muro, nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno, è infatti il classico personaggio che si muove in un’area grigia tra affari e denunce per reati tributari e contro il patrimonio. Imprenditore specializzato nel campo delle ristrutturazione vive a lungo a Verdellino, provincia di Bergamo, dove ha sede anche la sua Restauri edili srl, società con 4 milioni di fatturato e dove torna dopo un lungo girovagare. Con lui in società anche una brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro. Come la Giogold jewels, altra srl dal bilancio milionario. Ha avuto, diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini, in via Bottesini e in via Abbiati 7, due passi da piazza Selinunte, e non distante da San Siro.
Il suo giro di amicizie lo sviluppa tuttavia all’Ebony, bar di via Porpora frequentato anche da noti pregiudicati come Ugo Martello, Guglielmo Fidanzati, Luigi Cicalese. Qui incontra abitualmente Giuseppe Onorato, boss calabrese di 72 anni. E con lui rimane impigliato nell’operazione Metallica: 24 arresti e 48 indagati per estorsioni, usura e traffico di stupefacenti. Di Muro, indagato per estorsione aggravata, poco tempo fa era stato interrogato al processo, facendo sostanziali ammissioni. Ma non dovrebbe essere quest’ultima vicenda ad aver causato la sua morte. In casi del genere un testimone scomodo viene eliminato «prima» della deposizione, dopo sarebbe inutile. Oppure a condanna passata in giudicato. Cosa nostra e ’ndrangheta raramente uccidono in mezzo alla strada, ma tendono un agguato nell’ombra e nessun vede o sente nulla.
L’imprenditore invece è stato ammazzato davanti a parecchi testimoni. Era infatti arrivato in via Rospigliosi, aveva parcheggiato un mastodontico Suv Mercedes ed era sceso per poi mettersi a discutere animatamente con due o tre persone. Improvvisamente l’uomo si mette a correre, l’assassino lo insegue gli esplode tre o quattro colpi alle spalle, lui cade e riceve l’ultimo proiettile in faccia. Dunque un omicidio «disorganizzato», commesso d’istinto, magari al termine di uno scatto d’ira. Di moventi per un simile personaggio ce ne possono essere un milione, ma la vicinanza di San Siro, del suo mondo di allibratori clandestini lascia pensare a un debito di gioco. Ma anche al tentativo per truccare un corsa, se non un «pacco» da tirare a qualcuno. Insomma nonostante le sue frequentazioni d’alto bordo, criminale ben s’intende, il delitto potrebbe essere stato causato da futili motivi o poco più. Il tentativo di fregare un balordo di mezza tacca, che ha «lavato» con il sangue la mancanza di rispetto.