Omissioni,insulti e poca credibilità: Gianfranco ha ben poco da esultare

Fini sollevato dall'esito dell'inchiesta penale. Ma restano molti nodi: tra cui le bugie sulle altre offerte ricevute dal partito

«Visto? Non c’era niente da temere». Il virgolettato è attribuito a Gianfranco Fini e lo riporta il quotidiano Il Messaggero. Sarebbe il commento del presidente della Camera alla richiesta d’archiviazione per l’inchiesta sulla casa di Montecarlo. Commento che si rifà, come sempre, al solo aspetto penale della questione che imbarazza da mesi l’ex leader di An. Ma se il filone giudiziario, pur avendo certificato che il danno c’è stato, sembra andare verso l’oblio, sotto il doppio profilo, etico e politico, Fini ha da temere eccome. Soprattutto dall’opinione pubblica, perché il suo approccio mediatico alla vicenda, fin dall’inizio dell’inchiesta del Giornale, non offre certo di lui un’immagine impeccabile. Non è tanto l’aver alzato i toni anche verso quella stampa che, quando non tocca lui, Fini s’affanna a difendere. Definirci «infami» per aver parlato di una vicenda in termini che l’indagine della procura di Roma ha sostanzialmente confermato, è questione di stile. I punti sui quali Fini potrebbe pagare dazio politicamente sono altri.
Innanzitutto, il sospetto di essere stato omissivo, se non addirittura di aver mentito. Dopo quasi due settimane di silenzio, la prima versione della terza carica dello Stato arrivò l’otto agosto. Otto punti, molti dei quali alla luce di quanto emerso poi si sono rivelati un boomerang. C’è di più della prima gaffe, quella sulla data della compravendita citata da Fini, il 15 ottobre, che non poteva/doveva conoscere perché relativa non alla cessione della casa da parte di An a Printemps, ma al passaggio di proprietà tra quest’ultima e la Timara. C’è, per esempio, l’aver negato l’esistenza di altre offerte per l’acquisto dell’immobile. Negazione accompagnata, per mesi, dal tentativo di delegittimare qualsiasi testimonianza contraria raccolta dal Giornale. Fino a quando, due giorni fa, proprio la procura di Roma ha confermato che l’ex tesoriere di An, Francesco Pontone, a verbale avrebbe ammesso l’esistenza di diverse offerte d’acquisto. Che il partito, immancabilmente, rifiutò.
In quei punti, e anche nel successivo «contributo alla verità» che Fini ha fornito con un videomessaggio, il presidente della Camera ha anche ribadito la sua estraneità a quasi ogni aspetto di quella vendita. Riconoscendo solo di aver ricevuto l’«abbocco» da parte del «cognato» Tulliani, e di aver dato mandato a Pontone di vendere una volta che «uffici di An» avevano valutato congruo il prezzo, quello che per la procura era invece tre volte inferiore al valore medio di mercato. Fini dunque era all’oscuro di tutto? Molti non la pensano così. Per esempio, i tanti testimoni che sostengono di averlo visto a Montecarlo, proprio nella casa che An aveva già venduto. Lui nega, direttamente o tramite portavoce e fedelissimi, e sfida chi l’avrebbe visto a provare la sua presenza nel palazzo. Ma non tutte le smentite gli sono andate bene. Ricordate la cucina Scavolini? Il Giornale raccolse testimonianze di dipendenti di un centro arredamenti, e pubblicò il progetto di quell’ambiente, sostenendo che era relativo proprio alla casa di Montecarlo, e che a ordinare mobili lavorando ai progetti fosse stata Elisabetta Tulliani, accompagnata almeno due volte proprio da Fini, che dunque tanto all’oscuro del «destino» di quella casa non sarebbe stato. Fini smentì, qualche finiano si spinse a far dell’ironia, spiegando che la cucina modello Scenery non era a Montecarlo ma «altrove», e che nella casetta ereditata manco ci sarebbe entrata. A settembre Il Giornale ha pubblicato foto di quella stessa cucina assemblata nella casa di boulevard Princesse Charlotte. Fini e i suoi hanno scelto di replicare col silenzio anche alle dichiarazioni dirompenti di Luciano Garzelli, il più grande costruttore monegasco, che su incarico dell’ambasciatore italiano nel Principato curò i «preliminari» della ristrutturazione. Mica trattando con la Timara proprietaria dell’immobile, e nemmeno con l’affittuario Giancarlo Tulliani. Ma ascoltando le direttive di Elisabetta, la compagna di Fini, che comunicava il gradimento di progetti e preventivi per tramite di un architetto romano. A provare questo rapporto, Garzelli ha in mano, anzi nel pc, diverse e-mail tra lui e il professionista. A pagare i lavori, racconta poi il titolare dell’impresa che li effettuò, la Tecabat, sarebbe stata la Timara. Per Fini, invece, del saldo di quella ristrutturazione si sarebbe occupato il «cognato». Notizia che il presidente della Camera deve aver appreso «tempo dopo», se è vero come sostiene che lui non aveva idea che Giancarlino fosse inquilino di quella casa. Chi ha ragione? Forse entrambi, a dar retta alle carte del governo di Saint Lucia che indicano nel fratello di Betta il «beneficial owner» sia di Printemps che di Timara. Ma l’identità tra Giancarlino e società offshore non è un dettaglio per Fini. Perché lui, che nel soliloquio web ha sfiorato lo «scarico» del «cognato», ha anche preso un impegno pubblico: dimettersi da presidente della Camera se venisse provato che Tulliani non solo ha fatto da intermediario per vendere quella casa, non solo ha «fregato» An con un prezzo troppo basso, non solo si è ritrovato a vivere nell’appartamento, ma ne è anche proprietario. La «verità» di Saint Lucia non basta. Serve altro, che è impossibile da scovare perché l’autorità giudiziaria romana non l’ha mai richiesta oltreoceano.
GMC-MMO