«Ondine», eroina gentile e romantica nell’apologo amaro dell’amore eterno

Da un po'di tempo è in atto un timido risveglio d'interesse per la drammaturgia francese, sia dell'ante che del dopoguerra. Tanto che Andrée Ruth Shammah, la nostra regista più sensibile a una lingua e a un clima a lei profondamente congeniali, ha oggi deciso di riscrivere, sul palco del rinnovato Franco Parenti, quell'«Ondine» di Jean Giraudoux, l’autore d’Oltralpe scomparso a parigi nel 1944, da lei messa in scena anni fa nei moduli di uno spettacolo che giocava con grazia sullo scenario naturale della nostra Villa Reale.
Sfruttando con abilità e intelligenza gli spazi di cui attualmente dispone, la Shammah ora disloca la favola nera del Cavalier Wittenstein, uno spirito errante che si aggira tra boschi e castelli come e più di Orlando paladino, in una landa che al tempo stesso c'è e non c'è. Come le era accaduto nel suo originale allestimento di un'altra favola - il «Peter Pan» di Barrie -, che intrattiene col nuovo spettacolo ben più di un elemento in comune. La regia ambienta infatti il prologo di questa leggenda - che a tratti ricorda il magnifico antecedente di «Caterinetta di Heilbronn», il capolavoro di Kleist - nel foyer del teatro.
Insinuando negli spettatori l'idea che la povera casa dei pescatori, genitori putativi della ninfa delle acque, sia in realtà un portato della nostra mente che, su quel ligneo impiantito che pare non finire mai, dà fiato e voce alle risorse dell'immaginazione. Che troveranno modo di espandersi sulla lunga striscia rettangolare che taglia il palco delimitato all'uno e all'altro lato, come in una dimostrazione didattica, dalle due platee che la incorniciano, imprigionando la visione, alla pari di uno schermo, in una sorta di scatola cinese.
Un geniale espediente che, nella rinuncia a un realismo da cartolina, permette all'apologo di questa sposa fedele, irriducibile all'ipocrisia della corte di princisbecco in cui è caduta dopo le nozze con Hans, di decollare verso la più straziante elegia. Dato che ad Ondine non basta sparire per scongiurare il destino che incombe sull'amato. Il quale, incurante del suo magico richiamo, si appresta a sposare l'ex-dama di corte Beralda. La minaccia del re degli Ondini lo stroncherà mentre la quasi fanciulla tornerà all'elemento primordiale: l'acqua che cinge la terra del suo velo di lacrime.
Che la regia tinge di un romanticismo onirico, ben coadiuvata da una protagonista di rare doti introspettive come l'incantevole Sabrina Colle. Cui fa corona Alberto Mancioppi in una sapida e divertita caratterizzazione mentre, per quanto corretto, appare sfocato e lievemente inespressivo il Cavaliere di Roberto Trifirò.
Ondine
Teatro Franco Parenti
Testo di Jean Giraudoux
Regia di Andrée Shammah
fino al 9 novembre