Onofri Grave il papà di Tommy La moglie Paola: «Non farà la fine di Eluana»

Paola, la mamma del piccolo Tommy Onofri, esce dal tribunale dove stanno processando gli assassini del figlio.
Un cronista si avvicina col microfono e le chiede: «Suo marito è gravemente malato. È qui anche per lui?». Domanda senza senso, a cui la signora Onofri risponde con una frase angosciante: «Sono qui, soprattutto, per Tommy». Il dramma di quel bambino è negli occhi e nella menti di ogni italiano e non c’è genitore che non abbia abbracciato idealmente la signora Paola.
Ad essere guardato con diffidenza, invece, è sempre stato lui, il signor Onofri: quell’omone con la barba che frequentava una inquietante cantina-bunker. Sembrava indistruttibile Paolo Onofri. Ai tempi del «rapimento» di Tommy, il destino gli ha riservato colpi terribili. Ma lui stringeva i denti e soffocava le lacrime. Dei criminali - che lui conosceva bene - gli avevano ghermito il suo cucciolo, eppure Paolo riusciva non crollare. Parlava con i giornalisti, dava sostegno alla moglie, reclamava giustizia.
Ma all’interno di questa facciata «rocciosa», lentamente, ha cominciato a scorrere una malattia carsica. Da cinque mesi Paolo Onofri si trova in stato di incoscienza nel letto di un ospedale. Sulla cartella clinica solo una parola: coma. Un devastante attacco cardiaco l’ha colpito lo scorso 12 agosto. Poche righe nelle cronache dei giornali. Giusto così. Almeno fino a ieri. Oggi, invece, Gente pubblica un’intervista alla moglie Paola Pellinghelli: «Mio marito non avrebbe mai voluto andare avanti solo grazie ai medici, ai respiratori automatici e alle sonde di nutrizione. Me lo ha detto lui stesso con estrema chiarezza qualche tempo prima di sentirsi male. E neanche io accetterei l`accanimento terapeutico». Sullo sfondo, il fantasma di Eluana. «Eluana, però, è in coma da 17 anni - precisa la signora Onofri -. Non si può non comprendere lo strazio dei suoi genitori e la loro decisione di voler interrompere il trattamento per mantenerla in vita. Per quanto mi riguarda continuo invece a sperare nel miracolo della guarigione di mio marito; non vorrei davvero trovarmi un giorno a decidere se staccare o no la spina della sua sopravvivenza artificiale».
«Solo se subentrasse qualcosa di grave - conclude Paola Pellinghelli - direi ai medici: “Lasciatelo stare, non tormentatelo con altre inutili cure“. Ne ho parlato con i parenti di mio marito, in particolare con sua sorella, che è d`accordo con me: no a ogni accanimento terapeutico. Anche per rispettare la precisa volontà di Paolo». Un uomo tormentato tra la voglia di riaccarezzare la sua Paola e quella di riabbracciare il suo Tommy. Desideri che segnano il sottile confine tra la vita e la morte.