Onorare il coraggio della Politkovskaja: sarebbe sufficiente pure un piccolo gesto

Le «piccole» cose, i «simboli» hanno una loro importanza; e tanto più quando la loro ragione è nel non voler smarrire la memoria. Forte fu l’emozione, nei giorni d’ottobre 2006, alla notizia che Anna Politkovskaja era stata ritrovata nell’androne della sua casa moscovita uccisa da quattro colpi di arma da fuoco. Stava per pubblicare sul suo giornale Novaja Gazeta i risultati di un’inchiesta sulle torture perpetrate dai russi in Cecenia. E certamente ha pagato con la vita il suo irriducibile «vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo». Aveva «vissuto», visto e scritto troppe cose che non dovevano essere viste e scritte.
A suo tempo Mario Staderini, consigliere al I municipio propose di intitolare una strada alla Politkovskaja. Staderini chiedeva che ad Anna venisse intitolata la strada sulla quale si affaccia l’ambasciata russa. Sarebbe bello costringere la sede diplomatica a usare carta e busta intestata con l’indirizzo: via Anna Politkovskaja. Dal Campidoglio hanno risposto che non è possibile. Cambiare il nome di una strada avrebbe creato confusione e problemi agli abitanti della via. Di scuse ne conosciamo di migliori. Quando Andrei Sacharov e sua moglie Elena Bonner vennero perseguitati dal Cremlino che li esiliò a Gorki, la strada di New York dove si affacciava la rappresentanza diplomatica dell’allora Unione Sovietica venne dedicata in men che non si dica a Sacharov. Il sindaco, allora, era uno di quei democratici che qui da noi piacciono tanto: Ed Koch. Del resto, l’«americano» Walter Veltroni, sarà senz’altro capitato, per esempio, nell’Upper West Side. Ecco, per esempio: l’86ª strada, continua a essere l’86ª strada. Però una ventina di centimetri sopra la targhetta verde, ce n’è un’altra, blu: «Isaac Bashevis Singer boulevard»; e così tante altre strade. Nessun problema per la toponomastica, e al tempo stesso si onora chi si ritiene meritevole. Insomma, se davvero si vuole fare qualcosa, il modo per farla, alla fine si trova.
Dal Campidoglio, ad ogni modo, venne fatto sapere che si sarebbe trovato il modo per onorare Anna Politkovskaja. Può darsi che qualcosa sia stato fatto, e volentieri se ne darebbe atto. Vorremmo che Anna non venisse dimenticata come invece rischia di essere. Vorremmo che il sindaco di Roma annunciasse una sua visita al cimitero Troekurovskoe, alla periferia di Mosca, per andare a deporre un fiore sulla tomba di Anna: quelle «piccole cose», quei gesti simbolici, come il Solidarity Trip, di appena ventiquattr’ore, compiuto da Giuliani, dal suo successore Michael Bloomberg e dal governatore dello Stato George Pataki, per testimoniare il forte legame fra New York e Gerusalemme, entrambe sanguinosamente colpite dal terrorismo islamista; come la visita lampo del 26 agosto 2003 sempre a Gerusalemme (nove ore appena) di Bloomberg e di Koch: sufficienti, tuttavia, per potersi recare al Muro occidentale della Città Vecchia, incontrare i sopravvissuti di un attentato e salire e mischiarsi con i passeggeri dell’autobus della linea 2, quella che era stata devastata poco prima da un attentato che aveva provocato 21 morti. Vorremmo che nel sito del Comune di Roma si trovasse uno sito per ospitare gli articoli e le inchieste di Anna. Vorremmo che nelle biblioteche della città fossero disponibili copie dei libri di Anna, La Russia di Putin sulla guerra in Cecenia, Saghestan e Inguscezia; e Proibito parlare. Vorremmo che da Roma venisse e partisse questo esempio anche per altre città e amministrazioni. Sindaco Veltroni: se vuoi, puoi. Se puoi, devi.