Onorevoli in coda per lasciare le impronte

Rilevati i dati biometrici dei primi deputati per il nuovo sistema di
voto. C’è chi ironizza: "E per le segnaletiche dove vado?". Nucara (Pri)
si rifiuta: "Non lo farò mai, questo è il Parlamento non Regina Coeli".
Casini e il giallo dei polpastrelli invisibili

Roma - «E per le foto segnaletiche, ora, dove devo andare?», sorride amaro e sarcastico un deputato del Pdl lasciando il loculo dove ha appena fatto registrare le sue impronte digitali. Onorevole, la foto l’ha già lasciata all’inizio della legislatura, non ricorda? Però le sue dita non sono sporche di inchiostro, come s’usa in questura. «Sarà inchiostro simpatico», risponde a tono, «ma non mi metta nella lista dei renitenti, perché comunque le impronte le ho date».

Non fra i renitenti, ma emblema dello spirito più diffuso col quale la tribù di Montecitorio ha accolto il nuovo sistema di voto elettronico anti-pianisti, basato sul riconoscimento delle impronte digitali di ogni deputato: un sì sofferto vissuto con una buona dose di umiliazione, un calice di fiele da ingoiare non soltanto per la necessità di salvare la diaria con una presenza reale. One man one vote davvero e finalmente anche in Parlamento, e basta con quelle scene pietose che fan la gioia di Striscia degli onorevoli polpi che riescono a votare contemporaneamente per sé, per l’amico assente e pure per la suocera, volendo. Ma sarà davvero così? O come sempre nel nostro paese, fatto il sistema trovato l’inganno?

Comunque è fatta, ieri è partita la raccolta approvata definitivamente dall’Ufficio di presidenza, all’unanimità, il 28 gennaio scorso. Lunedì, giorno di stanca, e a fine serata soltanto una trentina scarsa di deputati s’era offerto alla trasparenza. Il nuovo sistema di voto, mano destra sulla pulsantiera e polpastrello di un dito della sinistra sul lettore ottico, andrà al collaudo il 10 marzo. Però dal 1° all’8 la Camera non lavora per la settimana di pausa mensile, dunque è già nei prossimi giorni che si saprà se la rivoluzione delle impronte è riuscita o ha fatto flop. Perché ovviamente, nessuno può costringere un “rappresentante della nazione” a farsi prendere le impronte - ricordate, quando c’era Casini, la campagna per gli esami antidoping? - e lo stesso Fini ha già anticipato che se i renitenti «sono pochi, potranno continuare a votare come prima», ovviamente rendendone noti i nomi in funzione di moral and digital suasion. Ma se risulteranno «tanti, o un intero gruppo politico, si aprirebbe un caso politico» che verrà posto non solo all’Ufficio di presidenza ma all’aula stessa, avverte il presidente della Camera. E non soltanto perché il nuovo sistema è costato quasi mezzo milione, per l’esattezza 468mila euro, Iva compresa.

Così, alle spalle della Sala dei busti, è stato allestito l’«ufficio matricola» di Montecitorio, 4 box che sembrano loculi per garantire la riservatezza, 17 tra impiegati e funzionari. L’onorevole arriva, consegna la vecchia tessera di voto e gliene danno due nuove (una da portare in tasca, l’altra da affidare ai commessi d’aula che la terranno come riserva se l’originale è stato dimenticato a casa o in ufficio), firma un paio di liberatorie.

Poi va nel loculo, posa la mano sinistra su di un piccolo leggio elettronico che gli registra i polpastrelli dell’indice e del medio, quindi poggia la destra e quello registra il polpastrello del solo indice: tante volte ti dovessero ingessare, o anche amputare una mano. Ed è fatta. Il primo della classe, anzi dell’intera scuola, è stato Roberto Giachetti, segretario d’aula del Pd - che sarebbe il “butta-dentro”, dunque il primo responsabile dei pianisti - che ha tenuto a rimarcare come «tutti i deputati del Pd» abbiano garantito le loro impronte: vedi? si dividono su tutto, ma la disciplina li unisce come nel partito d’antan. Roberto Rao, Udc, è il 15° ma il più entusiasta: «Io sono contento, per chi non ha mai fatto il pianista è una grande soddisfazione. Ora, anche Diabolik avrebbe difficoltà a fare il pianista».

È soddisfatto Rao, perché di questo «sistema messicano» è stato tra gli scopritori quando era portavoce di Casini. Nel 2002 Casini andò in visita in Messico, e scoprì che in quel Parlamento votavano infilando le mani in una specie di tagliola che rilevava le impronte digitali. Una folgorazione, che diede il via a studi e progetti che ora soltanto giungono al traguardo. Ma sarà l’ironia del destino, quando proprio Pierferdy s’è presentato nel pomeriggio alle macchinette, queste si sono rifiutate di leggere le sue impronte: Casini, l’uomo senza polpastrelli.

Sul fronte del rifiuto però, già campeggia Francesco Nucara, segretario del Pri, che con tono deciso spiega: «Quando sono entrato in Parlamento nel 1983, credevo di essere entrato nel tempio della democrazia, non a Regina Coeli. Io le impronte non le do. Non ho mai fatto il pianista e non mi sono mai fatto votare, perché mai dovrei farmi prendere le impronte come un malfattore?». Anche se sarete in pochi a rifiutarvi? «Anche se restassi il solo. Mai», è la promessa.
Sempre che non sorga un onorevole Diabolik, con le impronte di plastica, a farsi beffe anche del «sistema messicano».