«Onorevoli paracadutati? Davvero meglio che vadano al... loro paese»

Leggo che secondo l'articolo di Federico Casabella «Gli onorevoli “paracadutati” rinnegano la Liguria». Dunque, uomini e donne, nella maggior parte dei casi, oscuri, fatti eleggere in Liguria si sono resi sempre più invisibili. Fanno eccezione quanto a invisibilità l'onorevole Castelli e l'onorevole Casini che però hanno scelto la Liguria per impedire ad altri, localmente, di andare a Montecitorio. Ad essere sincero mi sembra che anche l'onorevole Paladini (in quota oggi all'Italia dei Valori) già da consigliere regionale fosse piuttosto invisibile, figuriamoci adesso da parlamentare (a maggior ragione, con l'aria che tira per l'entourage di Di Pietro, a partire dal figliuoletto suo, Cristiano). Ma scherzi a parte (sempre che scherzi lo siano davvero) c'è da riflettere su quanto l'articolista scrive, sotto stimolo dello sforzo del leader del sindacato dei poliziotti penitenziari alla disperata ricerca di qualche parlamentare che si dia da fare per i problemi della regione nella quale sembra essere stato eletto per caso.
La vicenda, verissima, testimonia ancora una volta (se ce ne fosse bisogno) la condizione di sudditanza della nostra regione. Naturalmente sussistono altre forze politiche che in maniera del tutto onesta si propongono di inviare a Roma persone che abbiano un rapporto (nuovo o antico) comunque saldo con l'elettorato (il Pdl è fondamentalmente più corretto in questo senso o per lo meno ci prova). Nonostante l'atteggiamento razionale del Pdl resta però l'impressione che a livello nazionale la nostra regione sia sottostimata (o per lo meno determinate forze politiche non abbiano che scarsa considerazione delle loro espressioni locali). Consentano cioè che determinate persone vadano in lista ma con la remora strategica di surclassarne poi le candidature, accantonandole una volta che abbiano conseguito un risultato positivo. Sono dunque mere candidature di bandiera da mettere da parte per far posto a qualche altro. Così facendo però si dequalifica il territorio di elezione, ritenendolo un collegio (o una serie di collegi) di serie B. Se implicitamente si possa parlare di disistima nei confronti delle forze politiche locali, direi che non vi sono dubbi (comunque s'intenda rigirare la frittata). Le forze locali risultano dunque soltanto idonee a fare le portatrici d'acqua per rimpinguare il bottino nazionale di voti. È chiaro che una simile valutazione dall'angolo di prospettiva ligure è del tutto inaccettabile. E tuttavia siamo di fronte ad una prassi deleteria antica nel tempo, probabilmente avvalorata dal fatto che gli uomini politici liguri (fatta salva qualche eccezione) si sono sempre proposti come dei «bravi e ossequiosi sergenti» mentre gli ufficiali di comando erano ben altri. Se togliamo (ai tempi del vecchio centrosinistra) l'asse fra il democristiano Taviani e il socialista Macchiavelli (e dobbiamo risalire fino agli anni '70 del secolo scorso), il resto sopravvenuto si è consegnato al silenzio. Può darsi che Claudio Scajola riesca a rinsaldare un punto di forza regionale e nazionale duraturo; per lo meno egli è in pole position. Altri non sembrano oggi poter ricoprire un simile ruolo. È un bene per Scajola ma per la regione, nel suo complesso, non appare una cosa del tutto positiva. La Liguria è sottotono. È indubbiamente colpa delle forze politiche locali che accettano di subire le imposizione esterne. Alcune possono essere comprensibili ma, come denuncia l'articolo, sono oggi troppo numerose, anche tenendo conto del fatto che una parte degli eletti locali (liguri doc) possono eventualmente essi stessi, per i motivi più diversi rendersi latitanti (favoriti dal fatto che di solito nessuno li cerca. Ed è sperabile che se questo avverrà non sia da parte della magistratura e delle forze dell'ordine). Quanto agli onorevoli «paracadutati» è bene che vadano altrove, cioè a quel paese, che è poi il loro, in qualche parte della penisola.