Onorevoli a tavola, quando non basta la buvette Ecco i ristoranti chic di ministri e parlamentari

Attorno ai palazzi del potere si concentrano i locali frequentati dai politici. Non chiedono sconti, semmai un tavolo libero quando c'è il pienone. Zona per zona, <a href="http://www.ilgiornale.it/web/vid/mappa-ristoranti.pdf" target="_blank"><strong>guarda la mappa dei locali più amati
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Roma Non si vive di sole lamelle di spigola con radicchio e mandorla (prezzo: 3,34 euro), né di lombatina di vitello ai ferri (prezzo: euro 3,55), due delle specialità del ristorante del Senato che hanno tanto scandalizzato i ben pensanti. I politici italiani decidono spesso e volentieri di arrischiare stomaco e portafogli nei locali del centro storico romano, proprio come i comuni mortali. Una vera botta di vita per chi paga 1,60 euro un primo e 2,68 una bistecca attovagliati e con bicchieri di cristallo potrebbe trovare caro anche un tramezzino+coca+caffè alla tavola calda.

Ma i viziati politici italiani, quando si staccano dalla mammella del privilegio di Stato e diventano avventori, sanno essere buongustai e dare il giusto valore a quello che mangiano e che bevono. «Sono molto attenti alla qualità ma anche al portafogli. Prediligono i menù semplici e leggeri, che consentono di lavorare mangiando. E preferiscono i locali che non hanno accesso diretto sulla strada, ciò che garantisce loro maggiore privacy», ci spiega Alessandro Scorsone, grande esperto di vini e di cibi e maestro di cerimonia della presidenza del Consiglio dei ministri.

Tra i criteri che influiscono sulla scelta di un ristorante da parte di un politico emergono: comodità, vicinanza, discrezione, possibilità di lavorare mangiando. La buona tavola, fin qui, c’entra poco. Poi ci sono quelli che, se deve essere, meglio buono. Ed ecco emergere una topografia dei locali cari ai politici romani, che gravitano quasi tutti a portata di passeggiata (o al massimo auto blu) dai palazzi del potere. Quanto alla tipologia, c’è davvero di tutto. Si va da Il Sanlorenzo, magnifico ristorante di Campo de’ Fiori (via de’ Chiavari 4), dove lo chef e patron Enrico Pierri propone una cucina tutto-pesce nella quale la freschezza della materia prima la fa da padrone (in media 70 euro a persona, vini esclusi), all’Enoteca al Parlamento di Achilli (via dei Prefetti, 15), che già nel nome denuncia la sua vocazione politica, e che ha tra i suoi atout, oltre a una cucina raffinata, il fatto che la sala ristorante non è su strada e vi si accede soltanto suonando un campanello (60 euro). Scelta più consueta quella del Bolognese (piazza del Popolo 1/2), molto amato dai deputati nordisti, che ritrovano la cucina di casa e una vocazione alla gestione del «vippame», un po’ meno da chi ama anche la cucina come scoperta (50 euro). Per questi meglio Le Tamerici (vicolo Scovolino, 79) dalle parti della fontana di Trevi, cucina di buon livello senza eccessi sperimentali (60 euro). Già, la sperimentazione: non sempre gli eletti dal popolo amano le sorprese. E se Antonello Colonna, nel suo Open Colonna (al Palazzo delle Esposizioni, via Milano), osa molto per un pubblico da set modaiolo in una location davvero estrema e, a richiesta, si produce nella sua mitica «cacio e pepe» (90 euro), molti trovano rifugio alla Bottiglieria del cavalier Gino (vicolo Rosini, 4), cucina che più romana e rassicurante non si può: ravioli di ricotta, tonnarelli e abbacchio i cavalli di battaglia (30 euro).

Ci sono poi le scelte regionali. I deputati siciliani amano ritrovarsi da Filippo La Mantia nell’omonimo locale all’hotel Majestic (via Liguria, 1), anche se lui giura di essere prediletto da quelli del Nord impazziti per la caponata e la cassata (80 euro). Quelli campani prediligono invece la fusion parte-nopea e parte orientale dello stellato Francesco Apreda all’Imàgo dell’hotel Hassler (piazza Trinità dei Monti, 6) tra i cui habitué c’è anche il piemontesissimo Piero Fassino.

Insomma, dovunque vadano a mettere le gambe sotto il tavolo, i politici si mostrano attenti alle novità ma non troppo; competenti ma anche distratti; fondamentalmente abitudinari. Bontà loro, nessuno chiede sconti, al massimo spende il proprio potere per avere un tavolo anche quando c’è il pienone. E per gli incontentabili, ci sono sempre gli spaghetti alle alici a 1,60 euro al premiato ristorante di Palazzo Madama: e se sono scotti, puoi sempre protestare con Renato Schifani.