Onu, Bush cede e accetta le dimissioni del falco Bolton

I democratici , in maggioranza al Senato, non avrebbero confermato l’ambasciatore Usa. Annan durissimo: in Irak si stava meglio con Saddam, ormai è peggio di una guerra civile

Marcello Foa

Ha detto a voce alta quel che molti pensano da tempo. Qualcuno, come il Los Angeles Times lo ha persino scritto. Ma Kofi Annan non è un opinionista; e quando, nelle vesti di segretario generale dell'Onu, dichiara di rimpiangere i tempi di Saddam Hussein e definisce «peggio di una guerra civile» le violenze in Irak, l'effetto è dirompente. Il governo di Bagdad è furioso, la Casa Bianca profondamente irritata. Ma Bush, dopo la riconquista del Congresso da parte dei democratici, è un presidente dimezzato, che, una volta di più, deve adeguarsi al nuovo clima politico americano.
Un mese fa si era dimesso dal Pentagono Donald Rumsfeld. Adesso è l'ora di un altro superfalco, l'ambasciatore Usa all'Onu John Bolton. Costretto perché in realtà il presidente lo avrebbe tenuto volentieri al Palazzo di Vetro, ma mancano i numeri per ottenere il via libera parlamentare. E quando, pochi giorni fa, il futuro presidente della Commissione esteri del Senato, il democratico Joe Biden, ha affermato che mai avrebbe votato la conferma di una delle personalità più spregiudicate dell'Amministrazione, i repubblicani hanno capito che non c'era scelta, sebbene tecnicamente sarebbe stato possibile aggirare l'ostilità della Camera avvalendosi di un codicillo procedurale, il recess appointment.
La Casa Bianca però non può permettersi di sfidare apertamente il Congresso e, sebbene «con riluttanza», come ha spiegato un portavoce, ha finito per rassegnarsi alle dimissioni dell'implacabile Bolton, che rimarrà in carica solo fino a gennaio, quando anche Annan lascerà la guida delle Nazioni Unite.
Nell'ora dell'addio i due si sono, significativamente, scambiati i ruoli: l'ambasciatore di Bush, dopo essere stato per anni il protagonista di polemiche furiose, lascia in punta di piedi. Il segretario dell'Onu, che per tutto il suo mandato ha dato prova di discrezione e diplomazia, se ne va urlando al mondo le proprie opinioni. Rilasciando un'intervista alla Bbc voleva lo scandalo e lo ha ottenuto. Una settimana fa aveva dichiarato che l’Irak è «quasi fuori controllo» ed era stato ignorato da tutti. Adesso invece afferma che «mentre fino a qualche anno fa si poteva parlare di guerra civile di fronte a certi livelli di violenza e di ferocia, come in Libano, ora in Irak è molto peggio».
E, sollecitato dai giornalisti britannici, Annan dichiara che se fosse iracheno rivaluterebbe l'epoca di Saddam. «Allora dovevano sottostare a un dittatore brutale, ma le strade erano sicure e ogni volta che i bambini andavano a scuola, i genitori non dovevano chiedersi se alla sera li avrebbero rivisti vivi». La colpa è del «governo di Bagdad che non è stato capace di controllare la violenza», che ora è «alimentata dagli scontri tra i diversi gruppi etnico-religiosi per prevalere nell'Irak del futuro». Il segretario uscente dell’Onu è pessimista: «A meno che non vengano presi provvedimenti drastici, la situazione è destinata a deteriorarsi ulteriormente». Quasi 650mila civili sono morti dal marzo del 2003, quando gli americani iniziarono l'offensiva militare. Quanti ancora verranno uccisi prima che il Paese ritrovi la pace?
Uno scenario catastrofico, che il premier iracheno Nouri Al Maliki non può accettare. «Sono scioccato e allibito», reagisce, a suo nome, il consigliere per la Sicurezza nazionale Muaffak al Roubaye. «Per Annan non c'è differenza tra i massacri compiuti da Saddam Hussein e le attuali uccisioni indiscriminate di civili iracheni per mano dei terroristi di Al Qaida?». La colpa, semmai, è dell'Onu che «nel 2003 rifiutò di prendersi le proprie responsabilità nei confronti del popolo iracheno», cosa di cui, peraltro, il quasi ex numero uno dell’Onu nell'intervista alla Bbc si è rammaricato.
Annan ammette i propri errori umanitari, ma si dice angosciato per «il futuro del Medio Oriente, che non può permettersi un'altra crisi». Per questo auspica che la diatriba sul nucleare iraniano «venga risolta con il negoziato e non con la forza». Proprio quel che Bush non ama sentirsi dire.