Onu, che vergogna se l’Iran deciderà sui diritti dell’uomo

In maggio la votazione per i membri asiatici del Consiglio: Teheran è una forte candidata

Per capire cos’è diventato l’Onu basta pensare che forse a maggio l’Iran, con il suo carico di condanne a morte di dissidenti e omosessuali, con la sua persecuzione dei dissidenti, diventerà membro del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani con il voto della maggioranza dei 192 membri dell’assemblea generale. Non c’è niente da ridere. Teheran ci sta lavorando parecchio, e le possibilità sono alte: i nuovi membri del Consiglio, composto di 47 Paesi, saranno eletti a scrutinio segreto. La durata del mandato è di tre anni. Il gruppo asiatico adesso ha a disposizione quattro posti e gioca su cinque candidati: la Malaysia, le Maldive, il Qatar, la Thailandia... e l’Iran. Un calibro da 90 rispetto agli altri, in grado di dire semplicemente «fatti più in là» a parecchi soggetti. E il gioco sarebbe fatto.
Dunque l’Iran potrebbe, magari mentre gli vengono comminate le famose sanzioni che tanto tardano nonostante la violenza fisica e la protervia atomica del regime, ricevere una legittimazione internazionale attraverso la maggioranza automatica dei Paesi non allineati e dei Paesi islamici, e acquisire così potere decisionale sulla moralità del mondo, su chi giudicare buono e chi cattivo, su chi spedire alla Corte penale internazionale, chi accusare di crimini di guerra. Del resto Ahmadinejad è già carico di medaglie delle Nazioni Unite, che gli hanno offerto pedane ben applaudite mentre condannava Israele a morte e invitava il presidente degli Usa a convertirsi all’Islam: l’Iran è già parte del direttivo (fatto da 36 membri) del Programma Onu per lo Sviluppo, membro del direttivo del World and food program, dell’Unicef, della Commissione narcotici dell’Onu con base a Vienna. Se l’Iran entrasse anche nel Consiglio, per i dissidenti che in questi giorni, di nuovo, sfidano le Guardie della rivoluzioni e piangono morti, feriti, picchiati, rapiti, sarebbe un segnale di disprezzo e di abbandono così grave da risultare forse fatale.
Il Consiglio per i Diritti umani è in teoria la massima istanza in cui si giudica lo standard dei diritti umani nei vari Paesi dell’Onu. Esso è il prodotto di una riforma della screditata Commissione per i Diritti umani sciolta da Kofi Annan dopo avere difeso, invece dei dissidenti, quasi tutti i dittatori del mondo e dopo essersi scelto nel 2003 un presidente libico. Il nuovo Consiglio, nato nel 2006, non ha deviato dall’antica strada, e lo capì subito l’ambasciatore John Bolton, allora ambasciatore americano all’Onu, che non accettò di farne parte, mentre il nuovo organismo seguitava nella stessa identica politica: dal 2006 il Consiglio ha lanciato 33 condanne, l’Iran non ne ha mai ricevuta una come tanti altri violatori seriali dei diritti umani, una mezza dozzina riguardano la Birmania e la Corea, e se si gioca a indovinare chi invece se ne è beccate 27, è troppo facile. Il Sudan? No. La Cina? Nemmeno. Cuba? Per carità. Se le è beccate tutte Israele, e immaginiamo che nessuno sia troppo sorpreso. Inoltre il Consiglio solo l’anno scorso ha partorito sia la conferenza antisemita detta Durban 2 che l’Italia ha boicottato, che lo scandaloso rapporto Goldstone nato e confezionato allo scopo di accusare Israele di crimini di guerra, e che l’Italia non ha accettato. E anche adesso la coraggiosa ambasciatrice d’Italia a Ginevra, Laura Mirakian, si è dichiarata contraria all’ingresso iraniano.
Paradosso evidente, mentre si costruisce la candidatura di Ahmadinejad, da lunedì il Consiglio sta tuttavia esaminando tutta una serie di documenti sulle violazioni del regime degli ayatollah. La parte centrale della documentazione, scrive la giornalista americana Claudia Rossett che ha guardato le carte, è un rapporto di 16 pagine preparato dall’Alto Commissario per i Diritti umani che riassume le prove presentate da dozzine di gruppi per i diritti umani, supportate da video, rapporti eccetera. Vi si descrive l’uso di tortura, sevizie e stupri; si sostiene che il numero dei giovani detenuti nel braccio della morte è pari a 1.600, in parte per ragioni che nelle società libere non hanno niente a che fare con la criminalità, come l’apostasia, l’omosessualità, e «atti non confacenti alla castità». Il rapporto cita anche le uccisioni dei manifestanti nelle strade, le brutalità sistematiche nelle prigioni, e cita il codice penale: prevede la lapidazione per l’adulterio e, in altri casi, amputazioni e frustate. L’Iran ha presentato una sua difesa che sostiene che le leggi e il sistema in genere sono legati al rispetto dell’islam. L’opposizione di massa, certamente anche religiosa, ci dice che gran parte della popolazione non avallerebbe questa spiegazione. Né certo la può avallare il mondo democratico. Se l’Iran dovesse conquistare un suo posto al sole dei diritti umani, forse la crepa dell’Onu diventerà una voragine. E forse è ora.