Opec, lite sulla produzione

da Milano

«Il presidente dell’Opec ha dato disposizione ai Paesi membri di anticipare la stretta produttiva (di 500mila barili al giorno, ndr) prevista dal prossimo primo febbraio», ha annunciato ieri il ministro del Petrolio del Qatar, al-Attiyah. Nient’affatto, ha replicato il portavoce del Cartello: «Non c’è alcuna decisione collettiva riguardo all’anticipo del taglio». Versione confermata dal versante nigeriano: «Prima operiamo pienamente la riduzione da 1,2 milioni di barili al giorno già decisa, poi valuteremo se decidere altri tagli», ha spiegato il ministro Edmund Daukuru.
Mentre il petrolio scivola ai minimi dal 2005, scendendo al di sotto dei 55 dollari, i signori del greggio offrono un pessimo esempio di comunicazione ai mercati, peraltro da tempo assai scettici sul livello di credibilità del Cartello. L’uscita verbale alquanto intempestiva del ministro del Qatar, appare l’ennesimo segnale dello scollamento all’interno dell’organizzazione che controlla il 40% dell’output mondiale di greggio. Considerato il momento non particolarmente felice per le casse, ogni annuncio andrebbe attentamente ponderato per evitare effetti-boomerang. Ma l’Opec, a parte le ripetute dichiarazioni d’intenti sulla necessità di approntare contromisure per arginare il crollo dei prezzi, ha finora fatto poco, troppo poco. Anche perché i dubbi sulla reale attuazione del taglio da oltre un milioni di barili al giorno, diventato operativo dallo scorso primo novembre, sono diventati certezze dopo le parole pronunciate da Daukuru.
Qualsiasi dibattito sull’opportunità di anticipare la mini-sforbiciata di febbraio rischia dunque, nella migliore delle ipotesi, di lasciare i mercati del tutto indifferenti. Così come l’idea sponsorizzata dal Venezuela di convocare un meeting straordinario senza aspettare la riunione ufficiale, prevista per il 15 marzo a Vienna.
Ad alimentare le attese ribassiste restano invece le alte temperature che si continuano a registrare in questo caldo inverno, in particolare nel Nord-Est degli Stati Uniti. Nove-dieci gradi sopra la media stagionale si stanno traducendo in una robusta contrazione della domanda di combustibili da riscaldamento: un fenomeno di cui i mercati devono tener conto.