Opel, vince Magna Marchionne: «È stata una soap opera»

Il primo sentore di come sarebbe finito il lungo braccio di ferro con Magna è arrivato nella tarda ora di giovedì con la conferma, da Detroit, che Sergio Marchionne non sarebbe ripartito per Berlino, ma alla volta di Montreal per partecipare a un convegno. E anche i toni della nota diffusa nella mattinata successiva dal Lingotto lasciavano presagire che la battaglia per Opel era praticamente persa. «Rimaniamo impegnati - così Marchionne - a cercare i modi per venire incontro alle richieste di General Motors e del governo tedesco, ma l’emergenza della situazione non può forzare Fiat ad assumere rischi del tutto inusuali».
E così, dopo un rincorrersi di indiscrezioni che davano i due contendenti sul punto di mollare la preda, e il governo di Berlino sull’orlo di una crisi di nervi (per il cancelliere Angela Merkel il rischio di trovarsi con la miccia accesa tra le mani era diventato reale), ecco il colpo di scena. «Gm ha scelto Magna», titolava secco un’agenzia nel pomeriggio. Più tardi qualche dettaglio in più: il gruppo austro-canadese punta alla definizione di un memorandum d’intesa con General Motors, da presentare alla Merkel e agli esperti del governo riuniti in serata. Solo dopo l’esame di questi ultimi, il documento passerà sul tavolo dell’esecutivo, dei rappresentanti del Tesoro Usa e dei governatori delle quattro regioni in cui si trovano gli impianti della casa automobilistica, gli stessi che di fatto sono stati i più agguerriti nemici di Fiat. Il gruppo italiano, però, come confermato dal viceportavoce del governo Thomas Steg, non è definitivamente fuori dalla gara, ma la sua assenza a questa nuova, e forse cruciale, tornata di trattative ha concentrato i riflettori sugli intensi colloqui con Magna.
La società guidata da Frank Stronach ha presentato «nuove idee» per l’acquisizione di Opel, ha detto il ministro dell’Economia, Theodor zu Guttenberg, non escludendo un’insolvenza della casa automobilistica se gli Usa non daranno risposte concrete alle domande di Berlino.
La reazione di Marchionne non si è fatta attendere e a prevalere, rispetto alla rabbia, è stata l’ironia: «La vendita di Opel ha l’aria di una soap opera brasiliana. Di più non ci può essere richiesto, la vita va avanti lo stesso». Marchionne, comunque, non ha alcuna intenzione «di cooperare con Magna per Opel». Un «no» alle aperture del co-ceo del gruppo, Don Walker, che sa tanto di conclusione anche dei rapporti tra Fiat e Magna sul fronte dell’acquisto di componenti. Su Opel, intanto, restano aperti ancora diversi punti: c’è la questione dei finanziamenti ponte che verrebbero accordati nell’ambito di un’eventuale amministrazione fiduciaria e la concessione di garanzie pubbliche sul debito per aiutare il futuro acquirente della casa automobilistica. Su quest’ultimo nodo il governo tedesco è stato tassativo: Berlino intende concedere fino a un massimo di 1,5 miliardi di euro (contro gli 1,8 miliardi che avrebbe chiesto Gm). «Oltre questa cifra, il cancelliere Merkel non è disponibile», è stato ribadito. Dal canto suo il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, ha fatto capire di voler chiudere l’operazione quanto prima, addirittura entro l’alba di oggi. Ieri sera le parti hanno avviato i colloqui.
Ma c’era un’altra importante partita in corso ieri, quella a Bruxelles sulla possibilità di concedere aiuti di Stato per venire incontro alle difficoltà finanziarie delle filiali europee di General Motors, tra cui la tedesca Opel, la svedese Saab e la britannica Vauxhall. A patto, però, che «nessuna misura nazionale sia presa in assenza di coordinamento» con tutti i Paesi interessati e la Commissione Ue.
«Le regole europee sugli aiuti di Stato - si legge nel documento seguito all’incontro degli eurocommissari - possono permettere, a certe condizioni, che i Paesi membri supportino rapidamente le filiali europee di Gm: si tratta non solo di Opel, Saab e Vauxhall, ma anche delle fabbriche gestite direttamente da Gm Europa in diversi Paesi». Su General Motors, infine, continua il conto alla rovescia che porterà l’1 giugno alla procedura del «Chapter 11». Positivo il segnale arrivato dalla Casa Bianca: «Il gruppo di Detroit ha fatto importanti passi in avanti nel corso della ristrutturazione, anche se deve dichiarare la bancarotta per terminare il lavoro».