Un’opera buona: aboliamo la Fao

Questa volta non hanno mangiato foie gras e aragoste in vinaigrette. Ai pranzi ufficiali sono stati serviti una pasta al pomodoro, filetto e dessert di gelato (primo giorno) e addirittura lo stufato di vitellone con piselli e carote (ieri). Ma purtroppo il passaggio dal grand gourmet alla mensa aziendale, dallo stile tre stelle Michelin a quello self service della Ciociaria, il sacrificio culinario, la dieta forzata e la rinuncia al filetto d'anatra e allo champagne sono stati gli unici risultati concreti raggiunti dal vertice Fao. Il solo vero contributo che centinaia di funzionari convenuti a Roma hanno dato al problema della sicurezza alimentare: la fame del mondo resta uguale a prima. In compenso è stata saziata, in modo dignitoso, la fame dei delegati. Chi può essere rimpinzato sia, del doman non v'è certezza.
Un po' di mousse, la pasta con la crema di zucca, gli straccetti di manzo. Da bere al massimo Pinot grigio. Nessuna vera abbuffata, a parte quella di carte e parole. Ma la conclusione è stata deludente, come ha detto il nostro ministro degli Esteri Frattini. E come, del resto, era facile prevedere. Nessuna decisione importante, nessun provvedimento all'altezza del dramma che si sta consumando nel pianeta. Anzi, si è litigato su tutto, dagli Ogm ai biocarburanti, dai prezzi alle restrizioni sull'export, con le scene patetiche di una conferenza stampa finale convocata e rimandata di ora in ora, in attesa di trovare un accordo sempre più al ribasso e sempre più inutile. E intanto altre discussioni, su discussioni, e poi ancora discussioni, così tante e verbose che se le chiacchiere fossero pane avremmo già risolto da un pezzo l'emergenza alimentare planetaria.
Purtroppo per i bambini denutriti e per i loro genitori disperati, però, le chiacchiere non servono a nulla se non a passare qualche giorno a Roma: si sa, a inizio giugno, la città è sempre bellissima. Solito rituale, solito triste repertorio fotografico da vacanze romane: i delegati africani che fanno shopping, i lavori sulla povertà del pianeta che s'interrompono per dare spazio alle spese folli in via Condotti, hotel di lusso per ospiti che fra una Jacuzzi e un marmo dorato si preoccupano moltissimo di chi muore di fame. Avevamo già detto tutto, avevamo scritto tutto, straccetti di manzo a parte. Le portate un po' più povere sono state l'unica sorpresa, l'unica variazione di un menu che conoscevamo piuttosto bene. E che, comunque, continua ad andarci di traverso.
Non riusciamo a capire, infatti, che senso abbiano questi meeting che si ripetono di anno in anno soltanto per scoprire la loro assoluta inutilità. Perché non li aboliamo? E perché insieme con loro, non aboliamo anche la Fao? Quel carrozzone, così come si è configurato, è assolutamente superfluo, forse anche dannoso: un recipiente di burocrati strapagati e di papiri indigeribili, una collezione di privilegi scandalosi che crescono alle spalle di chi muore di fame, un dilapidatore di denaro pubblico, un ente sul caviale del tramonto, che nuota nel lusso per dimenticare che quel lusso affonda le sue radici nella tragedia altrui. A che serve continuare a dargli soldi e contributi? A creare le passerelle mondiali per i terribili affamatori di popoli? A dare un palcoscenico a Mugabe? A permettere ad Ahmadinejad di strombazzare ai quattro venti le sue scellerate follie? Aver salvato un po' la faccia, senza aragosta e senza foie gras, non ci consola. Non basta. A dirla tutta, di queste parate ci siamo stufati. Più del vitellone con piselli e carote.
Mario Giordano