«Opera in ritardo di 10 anni: abbiamo perso 70 miliardi»

La domenica della Val di Susa è scivolata senza incidenti. «È un dato positivo - afferma il sottosegretario ai trasporti Mino Giachino (nel tondo) - i No Tav sono più isolati».
Loro sostengono di avere il sostegno di gran parte della popolazione.
«Non è vero. Io trovo moltissime persone in Piemonte, e anche in Val di Susa, che vogliono la Torino-Lione. Hanno capito che questa è l’occasione della vita per rilanciare l’economia della zona e un volano straordinario per tutto il Paese».
Non le pare di esagerare? Sulla Tav ci sono pareri contrastanti e un balletto di cifre che non finisce più.
«E allora le indico io un paio di numeri. Cifre sconvolgenti: il racconto del passato che abbiamo sprecato e del futuro che bussa. Noi a furia di chiacchierare e di non scavare i tunnel abbiamo perso già dieci anni e dieci anni valgono 70 miliardi di euro. Sette miliardi l’anno, ovvero mezzo punto di Pil. Noi oggi cresciamo poco, ma con la Tav cresceremmo di più».
Perché?
«Perché la Tav è un pezzo del corridoio 5, il mitico Lisbona-Kiev, l’unico ad attraversare trasversalmente il nostro Paese, in particolare la Pianura Padana».
E questo cosa vuol dire?
«L’Europa anche nei giorni scorsi ha ribadito l’importanza di dieci corridoi. Quattro toccano l’Italia, ma i primi tre - il Palermo-Brennero-Berlino, il Genova-Rotterdam e l’Adriatico, salgono dal basso verso l’alto, l’ultimo, quello che dovrebbe passare per la Val di Susa, incrocia gli altri tre, creando un’unica rete di trasporti».
Quindi?
«Quando saremo pronti otterremo un risultato straordinario. Le merci che arrivano via mare dalla Cina, ormai il nuovo motore del mondo, e dall’Asia, si fermeranno nei nostri porti: da Trieste a Venezia e Ravenna, da Genova e Savona a Livorno».
Oggi?
«Eh no, oggi vanno a Rotterdam, ad Anversa, ad Amburgo. Oggi perdiamo, per i ritardi del nostro sistema logistico, il 30 per cento dei container destinati alla Pianura Padana e gran parte di quelli che puntano verso Svizzera, Austria, Baviera, altre zone d’Europa che aspettano solo di potersi servire nei nostri porti».
Un attimo. Il 30 per cento del traffico verso la Val Padana passa dai porti del Nord?
«Questa è la realtà oggi. Conviene far sbarcare i prodotti a Rotterdam e poi spedirli a Brescia o a Milano. È una lacuna drammatica che non possiamo assolutamente trascurare. Qui si giocherà il nostro sviluppo o il nostro declino. Pensi che questa rivoluzione, accompagnata da uno snellimento delle operazioni doganali, dovrebbe valere almeno 7 miliardi l’anno».
Molti osservatori sostengono che la Tav sarebbe inutile.
«Ma come si fa a dire una cosa del genere? La Tav riporterebbe l’Italia al centro dell’Europa e del resto l’Europa continua a ripetere che il corridoio 5 è una priorità. Attenzione: queste cose non le urla il governo Berlusconi; no, ce le fa capire la Ue e poi gli svizzeri, gli austriaci, persino i tedeschi di Monaco. Basta guardare una cartina per capire che Monaco è più vicina a Genova che non a Rotterdam».
Lei immagina una rete di corridoi che oggi non c’è. I suoi ragionamenti non sono esercizi astratti?
«No, siamo indietro, ma stiamo lavorando bene. Solo in Val di Susa ci sono contestazioni così clamorose. Ed è un peccato perché la Tav porterebbe 150mila nuovi posti di lavoro in Italia. E di questi un terzo sarebbe in Piemonte. Perché rinunciare a 50 mila posti?».
E i dieci anni di cantieri? E la polvere? E il caos?
«Certo, ci saranno disagi, ma alla fine anche benefici inimmaginabili: un abbattimento dell’inquinamento e del traffico: oggi in Italia le merci viaggiano al 90 per cento su gomma. Con il corridoio 5 e tutto il resto questa percentuale scenderebbe di 70 punti. Dobbiamo decongestionare le nostre strade: i treni sono silenziosi e sicuri. Portano merce e ricchezza. E fanno da volano al turismo che è il nostro petrolio. Con la logistica».
Ma chi paga queste infrastrutture?
«L’Europa ci ha promesso che coprirà il 30 per cento delle spese. Ma c’è una novità che pochi hanno colto».
Quale?
«Oggi questa percentuale è salita. Dal 30 al 40 per cento. Non buttiamo via questa chance».