Gli operai brindano e scaricano i leader del no

Viaggio nella catena di montaggio. Le tute blu sono soddisfatte per le buste paga più ricche. Cresce la rabbia dei delusi da Fiom e sinistra

Pomigliano d’Arco (Napoli) - «Al referendum dello scorso giugno ho votato sì, ma a questa scelta sono arrivato attraverso un lungo ragionamento. Il lavoro, la certezza di uno stipendio a fine mese, vengono al primo posto. Ho moglie, figlia e un mutuo da pagare e con la crisi che c'è in tutto il mondo, non si può ragionare come quarant’anni fa. Come me altre migliaia di lavoratori lo stanno capendo, solo la Fiom e la sinistra non lo hanno compreso. E ve lo dice uno che ha militato nell’ex Pci». Parola di compagno, Modestino Pappalardo, 41 anni, operaio nel reparto di lastrosaldatura nello stabilimento Fiat Giovanbattista Vico di Pomigliano.

Le catene di montaggio ieri erano deserte, si riprenderà il prossimo 4 gennaio ma un gruppetto di operai è presente lo stesso davanti ai cancelli dell’ingresso 2. Commentano la «rivolta» di un nutrito gruppo (in via di ingrossamento) di loro colleghi che si sono schierati apertamente contro l’ostruzionismo della Fiom e della sinistra contro il nuovo patto sociale invocato da Sergio Marchionne. La lettera dei «coraggiosi» ai tre leader della sinistra, Bersani, Di Pietro e Vendola (ma qualcuno ha criticato anche la pasionaria Bindi) fa altri proseliti.
Come Pappalardo parlano fuori dai denti. «La Fiom e la sinistra stiano mantenendo una linea oltranzista solo per intercettare voti per le prossime elezioni. Sindacato e partiti vogliono dimostrare di stare dalla parte dei lavoratori ma con il loro gioco stanno facendo il contrario. Adesso non so se e per chi voterò: la folle strategia adottata dalla sinistra non potrà non avere un prezzo da pagare».

A Pomigliano e dintorni il dibattito è aperto: nelle piazze frequentate dalle tute blu, davanti ai bar di piazza Primavera e piazza Municipio e alle edicole, si discute sui «coraggiosi» che si sono ribellati alla sinistra. In via Carducci, un crocchio di lavoratori Fiat discute davanti all’edicola, il Giornale tra le mani, sulle 10 domande dei «ribelli» a Bersani, Vendola e Di Pietro. Il dibattito è sul crollo di consensi al partito e al sindacato, maturato nel corso di oltre un ventennio «che non ha insegnato nulla ai compagni dell’ex Pci» dice Enzo, da 21 anni in Fiat, reparto verniciatura. Eccole le cifre che avrebbero dovuto far riflettere i vari leader che negli ultimi 20 anni hanno guidato prima il vecchio Pci e oggi il Pd. Negli anni d’oro la sezione dell’ex Pci interna alla fabbrica poteva contare su oltre 2mila iscritti. Quei numeri Bersani e D’Alema possono solo sognarseli. Dice Giovanni Orlando, reparto stampaggio: «Qualcosa andava cambiato nella strategia adottata da Fiom e sinistra». L’operaio si sente abbandonato dalla politica, da anni non ha punti di riferimento in fabbrica. «Il sindacato si fa vedere solo in tempi di elezioni. Sinistra e Fiom condannano l’accordo del 15 giugno per Pomigliano, che poi è l’accordo che salvato la fabbrica e i lavoratori ma non offre una proposta alternativa. E perde consensi». Le cifre dicono che a Pomigliano meno del 60 per cento dei lavoratori ha la tessera del sindacato, negli anni d’oro si raggiungeva l’80.

Un’altra tuta «incazzata» è Peppe Di Lorenzo, 31 anni, da 5 in Fiat, reparto lastratura. «Pensavo che questo accordo non fosse positivo. Ma vedendo la crisi che c’è in giro, dico che rappresenta una svolta positiva, perché porta soldi nelle famiglie». Di Lorenzo ammette: «I lavoratori in Polonia e Serbia si sono rimboccati le maniche e adesso dobbiamo essere noi a fare concorrenza a loro e a riconquistarci il lavoro, anche se siamo a casa nostra. La Fiom e la sinistra questo dovrebbero capirlo...».
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