Operai e industriali insieme. Se serve a lui "si può fare"

La strategia del leader Pd è quella di mescolare tutto e il suo contrario, come ha già fatto a Roma

Roma - Correvano i fulgidi anni del buonismo veltroniano, alternativo al cattivismo dalemiano. Un antico dirigente del Pci, che aveva visto entrambi con i calzoncini corti, chiamato ad analizzare pregi e difetti di ciascuno, concluse con una raccomandazione: «Al di là di come la pensi, mai andare a cena con Walter. La noia ti ammazzerebbe».
Ci sono film già visti, e film che si rivedono per aiutare a prender sonno. Frasi fatte, svolgimento scontato, soave levità e rassicurazione dello sbadiglio. Non viene perciò da Marte ma da Botteghe Oscure, quel «ma-anchismo» di Walter Veltroni reso celebre dal cabarettista Crozza. Insostenibile leggerezza dell’ovvio dei popoli. Minimo comune denominatore della comunicazione di massa: questa l’insidia vincente del messaggio veltroniano. «Si può vincere ma anche perdere» non è una battuta: è il prototipo di tutta la serie, frasi autentiche che segnano quotidianamente la campagna elettorale del leader del Pd. Tipo: «Il Paese o si unisce o andrà a pezzi» (ipse dixit, ieri).
Profilo mediatico che nasconde comportamenti inconciliabili o inconcludenti, come le candidature simmetriche dell’operaio della Thyssenkrupp Antonio Boccuzzi («nomina posticcia e fuori tempo massimo», l’hanno bollata i colleghi) e dell’ex presidente dei giovani imprenditori Matteo Colaninno. Oppure la pretesa di correre da soli, «assolutamente liberi e da soli», e concedere una deroga (persino nello statuto) a Di Pietro, forte del 4 per cento del «partito giustizialista» che vivacchia tra settori della magistratura e giornalisti alla Travaglio. Deroga non ammessa per i pericolosi socialisti, troppo laici e garantisti. O, ancora, la boutade di «liste chiuse» però anche un po’ socchiuse, ma solo per Emma Bonino, fiore prediletto del mazzo radicale.
È la logica maggioritaria di Walter, bellezza. Il modo attraverso il quale il sindaco è riuscito a governare Roma senza oppositori, imbolsendola di spettacoli e manifestazioni che hanno reso furibondi i cittadini privi di voce e consentito al dimissionario sindaco di sostenere che «panem et circenses non sono state frivolezze, ma hanno consentito un miglioramento della qualità della vita». Eppure basterebbe chiedere a chi abita nelle zone limitrofe a quelle utilizzate per il «miglioramento» (auto portate via, traffico impazzito, soprusi di ogni genere, assalto di torme giovanili attratte dall’evento) per comprenderne lo spregio di basilari regole di vita cittadina. «Questa città ha la fortuna di essere raccontata nel modo giusto», ha sostenuto l’ex sindaco nel saluto ad alcuni cronisti. Il «modo giusto» era il suo, ovviamente.
Assuefazione soporifera che riesce a far digerire una balla colossale come il ritiro in Africa («Ma c’è sempre tempo», ha detto l’altra sera in tv), o idee del tipo «mi piacerebbe che a Roma sorgesse un palazzo United religions dove possano stare assieme tutte le religioni del mondo, per dialogare e comprendersi» (ne ha parlato persino con il segretario generale dell’Onu, che ancora ride). Il veltronismo funziona là dove il Valium è dannoso e l’oppio fuorilegge, grazie alla sua retorica vacua e perfetta. Roba forte, del tipo: «Gli italiani non appartengono a nessuno, se non a se stessi»; «gli italiani vogliono altro, meritano altro perché sono altro»; «guardiamo negli occhi l’Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo»; «il futuro è l’unico tempo in cui possiamo andare». Frasi intramontabili del genere: «Bisogna voltare pagina», «Bisogna rimettersi in cammino», «Pagare meno pagare tutti».
Fino all’impagabile «rottamazione del petrolio», alla «trasformazione dell’enorme capitale umano femminile inattivo in un asso da giocare nella partita dello sviluppo» e al mirabile: «Facciamo un Paese grande e lieve». Un’opera colossale che «i nostri figli e i nostri nipoti guarderanno con orgoglio dicendo: hanno fatto ciò che dovevano, l’hanno fatto pensando a noi». Sarà allora, si presume, che acquisteranno il biglietto solo andata per Timbouctou (Africa equatoriale).