Operai morti o malati a causa dell'amianto, a processo 11 ex dirigenti Pirelli

La procura contesta il decesso di 24 lavoratori degli stabilimenti di viale Sarca e via Ripamonti. Oggi il gup ha deciso il rinvio a giudizio dei manager, con l'accusa di concorso in omicidio colposo aggravato e lesioni gravissime

Rinviati a giudizio undici ex dirigenti degli stabilimenti Pirelli di viale Sarca e via Ripamonti accusati di aver lasciato esposti all'amianto negli anni Ottanta 24 lavoratori, provocando l'insorgere di gravi malattie che, nella maggioranza dei casi, li ha portati alla morte nell'ultimo decennio. Il rinvio a giudizio è stato disposto oggi dal gup Luigi Varanelli su richiesta del pubblico ministero Maurizio Ascione. Il processo comincerà il 19 dicembre davanti alla sesta sezione penale monocratica. Sono già costituiti parte civile non solo tutte le presunte vittime o i loro eredi, ma anche Inail, Asl e Regione. Gli imputati, chiamati ora a rispondere a vario titolo di cooperazione in omicidio colposo aggravato e in lesioni gravissime - sono stati tutti membri del consiglio di amministrazione della Pirelli tra il 1979 e il 1989 e sono stati coinvolti solo di recente in un'inchiesta inizialmente a carico di ignoti aperta dal pubblico ministero Giulio Benedetti. Il magistrato in un primo momento aveva chiesto l'archiviazione, poi, su impulso del gip Federica Centonze, aveva fatto svolgere una consulenza all'Asl, all'esito della quale li aveva iscritti nel registro degli indagati e poi ne aveva chiesto il rinvio a giudizio. Sosteneva che «per imprudenza, negligenza, imperizia e in violazione della normativa sulla sicurezza del lavoro, in particolare il dpr 303/56», avrebbero causato «la morte per mesotelioma pleurico o lesioni gravissime ai propri dipendenti per mesoteliomi e asbestosi pleuriche». Secondo la consulenza, infatti, gli operai che poi si sono ammalati rimanevano «esposti per tutta la giornata lavorativa e senza l'adozione di adeguati sistemi di aspirazione o protezione individuale alle fibre di amianto aerodisperse durante l'attività lavorativa svolta». E questo perché gli imputati avrebbero omesso di installare sistemi di aspirazione e raccoglimento polveri per proteggerli, quando allora l'amianto era «presente in varie forme nel talco, negli scambiatori di calore, nelle postazioni di lavoro, nei locali di servizio (centrale termica e per la produzione del vapore, nei sottoservizi (centraline e rete di distribuzione sotterranee dove correvano anche le derivazioni elettriche), nei coibenti con presenza di amianto in percentuali variabili quali le corte, le trecce, le coperte e le guarnizioni», oltre a essere «utilizzato come isolante termico e coibente per le tubazioni, nonché per la produzione di pneumatico». Quando Benedetti ha cambiato ufficio, il fascicolo è stato ereditato da Ascione che ha mantenuto sostanzialmente l'impostazione accusatoria del suo predecessore, ancorandola però alla più recente letteratura scientifica sulla correlazione tra esposizione ad amianto e tempi di sviluppo della malattia. Quindi, al termine della discussione in sede di udienza preliminare, il pm ha chiesto e ottenuto dal gup di dichiarare il non luogo a procedere per tutte le impuzioni relative alla violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, essendo il reato ormai prescritto. Pronta la replica dell'azienda. «Pirelli ha sempre agito cercando di tutelare al meglio la salute e la sicurezza dei propri dipendenti con le misure adeguate alle conoscenze tecniche a disposizione nel corso degli anni». Così il gruppo sottolinea che «non ha mai utilizzato amianto quale componente nella produzione degli pneumatici e che all'epoca l'uso dell'amianto negli edifici era pratica comune nelle tecniche di costruzione. Pirelli ribadisce il profondo dolore per quanto accaduto e sottolinea di essere sempre stata vicina ai propri ex dipendenti colpiti da malattie e alle loro famiglie».