Operai del tessile si ribellano in Cina: «Siamo sfruttati»

A Canton 4000 lavoratori, pagati 75 euro al mese, protestano e mettono in fuga la polizia che vuole fermarl

Alberto Pasolini Zanelli

Guerra dei tessili: una giornata dietro l’«altro» fronte. È successo a Zengchen, un centro industriale del Kwangtung, presso la metropoli che molti di noi continuano a chiamare Canton. È sede di una delle tante industrie, l’«agglomerato di Xintang», che mettono in fibrillazione l’economia europea. Con la loro «marcia su Zengchen» gli operai hanno messo in piazza i loro salari: dai 70 ai 75 euro il mese. Erano particolarmente arrabbiati perché le autorità «collettive» del villaggio avevano appena aumentato l’affitto di un euro e mezzo al mese. Erano in 4mila e non si sono limitati a esprimere la loro rabbia con le scritte sui cartelli. Venuti a contatto con la polizia, sono stati gli operai a caricare, provocando la fuga degli agenti, impadronendosi delle loro motociclette e dandole, gesto simbolico, alle fiamme.
Di episodi così ne accadono parecchi nelle zone industriali della Cina, ma pochi raggiungono l’opinione pubblica mondiale. È nell’interesse di Pechino mettere a dormire questo tipo di notizie, soprattutto nel momento in cui il mondo reagisce al «dumping», soprattutto ma non solamente nell’industria tessile, che è reso possibile solo dalla pratica di questo tipo di salari. Gli Stati Uniti hanno cominciato a rispondere da alcune settimane, alzando dazi selettivi e anche l’Europa si è mossa nella medesima direzione. Ricorrendo per ora a moniti e trattative piuttosto che a decisioni unilaterali. Qualcosa si è ottenuto: per paura di misure protezionistiche, il governo di Pechino ha cercato di prevenirle aumentando la «tassa» sulle proprie esportazioni e portandole a 12 centesimi di yuan per «unità» contro i 2 centesimi attuali.
La misura non è però entrata in vigore come previsto dal 1° giugno, perché la Cina ha deciso un rinvio, curiosamente in coincidenza con le debolezze, si presume anche negoziali, di cui l’Europa soffre dopo lo choc del «no» francese e olandese alla ratifica della nuova Costituzione europea. Diversi governi hanno preannunciato il ritorno ai dazi protettivi come unica misura efficace.
L’Europa non è il solo punto del pianeta a risentire acutamente dell’offensiva commerciale cinese. Fra i motivi che spingono il governo americano a una stretta di freni che equivale anche a una diversa valutazione del concetto stesso della «globalizzazione» è la crisi che si sta delineando nell’America Centrale. Dai primi di gennaio è infatti scaduto un accordo regionale che metteva al riparo quelle fragili economie dalla concorrenza di Pechino, dando loro un accesso privilegiato al mercato statunitense. La caduta di questa barriera potrà comportare la sparizione di sette-ottocentomila posti di lavoro in Guatemala, Honduras, Nicaragua e Panama.
Washington sembra ora disposta a reinstaurare, con una specie di decreto di emergenza, questa difesa per piccoli Paesi che dipendono in gran e quasi esclusivamente dall’esportazione dei tessili più a buon mercato, a livello tecnologico di magliette e mutande. Ma il problema non è solo dei tessili. Uno dei settori più delicati è quello della calzatura, che riguarda più direttamente l’Italia. Si preannuncia tutta una serie di attriti, che appaiono inevitabili per l’urgenza imposta dalle cifre e perché il governo cinese non sembra disposto a prendere in esame l’unica misura che potrebbe davvero disinnescare il conflitto: la limitazione delle esportazioni.
Le sovrattasse influiscono sui prezzi in misura irrisoria e a lunga scadenza non sembra efficace neanche la graduale uscita dello yuan, ventilata da Pechino, dalla parità fissa con il dollaro. Il problema è evidentemente più vasto e complesso. Nel porto di Shanghai c’è un terminal, destinato a diventare a giorni il più attivo del mondo, donde le navi da trasporto partono piene e rientrano tre volte su quattro vuote. Non sarà facile districare tutti i grovigli di interesse. Molte delle fabbriche cinesi sono in realtà di proprietà europea. Quel terminal, ad esempio, appartiene per metà a una compagnia danese. A perderci di sicuro sono gli imprenditori rimasti al di qua della ex «cortina di bambù» e i lavoratori prigionieri di là.