«Le operaie ora vogliono fare carriera così il Dragone sta cambiando pelle»

Leslie T. Chang, giornalista cino-americana, già corrispondente in Asia per il Wall Street Journal, ha vissuto per anni a Dongguan, enorme distretto industriale del sud-est famoso per lo shopping-mall più grande al mondo e per attrarre capitali stranieri. Sulla sua esperienza ha scritto il reportage «Operaie», edito in Italia da Adelphi, che si aggiudica ora il Premio Terzani del festival «Vicino/Lontano» in corso a Udine (oggi, alle 21, la premiazione al teatro Giovanni da Udine, www.vicinolontano.it).
Le «factory girls» di Dongguan, con i loro turni massacranti, le peregrinazioni da una fabbrica all'altra per paghe migliori e la voglia di emanciparsi, sono un ottimo esempio per capire in che modo il Dragone sta mutando pelle.
In Cina è in atto una gigantesca migrazione interna: ormai il 49% della popolazione vive nelle megalopoli.
«Le operaie che ho incontrato sono teenagers alla ricerca di opportunità: vogliono far carriera e per questo frequentano corsi di computer e d'inglese, cercano impieghi che insegnino ad apprendere nuove competenze e che non implichino solo fatica fisica. È incredibile come queste ragazze di campagna si stiano trasformando in lavoratrici ambiziose. Aspirano in tutto e per tutto a uno stile di vita urbano: con il primo salario si comprano lo smalto oppure una messa in piega. Soprattutto, mettono via i soldi per comprarsi il cellulare, strumento indispensabile per non sentirsi sole».
Gli under 14 sono solo il 16% della popolazione mettendo in allarme gli analisti cinesi, convinti che per evitare il collasso del sistema pensionistico la politica del figlio unico debba essere rivista. Secondo lei il governo si muoverà in questa direzione?
«Per ora la restrizione è applicata perlopiù nelle città, alle famiglie di campagna è permesso avere due figli e in alcune aree se ne possono avere anche di più se si è in grado di pagare una mula. Ho vissuto in Cina dieci anni: nel 2004 scrissi un articolo sul WSJ sulle intenzioni di abolire questa legge, e dopo sette anni siamo ancora al punto di partenza. Comunque, anche se la norma cambiasse, è improbabile che assisteremmo a un'esplosione demografica: la legge è ormai entrata nelle abitudini della gente».
Qual è il ruolo del sindacato oggi in Cina?
«Il governo non permetterà a breve la nascita di sindacati indipendenti. Va tuttavia sottolineato che il suo approccio verso le proteste dei lavoratori sta mutando: Pechino ha capito che è meglio evitare scontri diretti con arresti e rappresaglie e favorire la mediazione tra lavoratori e aziende».
La scorsa estate ci sono state dozzine di scioperi, anche alla Honda.
«Proteste di quel genere capitano di continuo: gli incidenti dell'anno scorso hanno attirato i media perché erano coinvolte compagnie straniere».
Che cosa pensano del sindacato le operaie che ha conosciuto?
«Non ho incontrato una sola di loro interessata alla questione: cercano altri modi per rivendicare migliori condizioni lavorative».
Quali?
«La forma più comune di protesta è abbandonare la fabbrica e cercarne un'altra. Di solito il cambio avviene in meno di una giornata, considerata la richiesta di manodopera. Le operaie sono persone pratiche: sanno che le proteste pubbliche sono rischiose per ottenere i loro scopi, come un aumento salariale o un turno migliore».