Opere strapagate e conformiste: il sistema ignora la qualità

I musei sono pieni di queste rockstar dell’arte e le aste
gonfiano i loro prezzi di sessione in sessione ma, al momento, niente di
tutto ciò rappresenta il cuore del problema. Hirst, Cattelan & Co. sono sopravvalutati

Il dibattito sull’arte come provocazione dura, per merito o per colpa di Marcel Duchamp, da quasi un secolo. Quello dello choc visivo, della brutalità, della violenza è datato anni Novanta del ’900, da quando il cinico concettuale-pop americano Jeff Koons mise in mostra le proprie prodezze sessuali con la compagna Cicciolina, seguito dalla generazione terribile dei giovani inglesi, delle loro mucche squartate (Damien Hirst), dei letti sfatti (Tracey Emin), delle madonne nere appoggiate su merda d’elefante (Chris Ofili). Una discussione in questi termini oggi risulta quantomeno retrò, considerando che nel frattempo anche nell’arte è entrata la globalizzazione, i punti di riferimento non sono più (soltanto) gli Stati Uniti o la vecchia Europa, e che proprio da Paesi fino a poco tempo fa esclusi dalla geografia del presente giungono le urgenze più pressanti e innovative (l’Est europeo, l’Asia Minore, alcune zone dell’Africa, l’America Latina). È vero, i musei sono pieni di queste rockstar dell’arte e le aste gonfiano i loro prezzi di sessione in sessione ma, al momento, niente di tutto ciò rappresenta il cuore del problema.
Stupisce che un analista attento come Jean Clair, che al momento della pubblicazione di Critica della modernità (1989) colpì nel segno l’ambiguità e la poca sostanza del postmoderno, si scagli contro una questione che ormai sa di vecchio. L’arte del nuovo millennio ha ben altri difetti che la provocazione tout-court: è autoreferenziale, oscura, mal confezionata, spesso inutile, ma mettere all’angolo il visitatore come usava vent’anni fa tutto sommato è atteggiamento considerato classico. Lo testimonia, ad esempio, l’intervento di Maurizio Cattelan alla Biennale di Venezia tuttora in corso, niente altro che un remake di un lavoro del 1997. Lo stesso artista ha dichiarato di essere a corto di idee, cosa grave per chi è condannato a stupire sempre. Ma neanche di Andres Serrano (il fotografo dell’obitorio e degli scandali sessuali) si sente più troppo parlare, e Orlan sarà forse alle prese con l’ennesimo intervento di chirurgia estetica senza che la critica si ecciti come un tempo. Nel 2011 tutto risulta più pacato, morbido, dialettico, e forse non è casuale la tragica ricorrenza dell’attentato delle Torri Gemelle: visto che non si può competere con il dramma del reale, meglio fermarsi a riflettere.
Il vero scandalo di cui parla Clair nel suo saggio L’inverno della cultura allora, è legato a doppia mandata al valore dell’opera. I lavori di questi artisti costano cifre invereconde rispetto a ciò di cui ci parlano. Trattano argomenti contingenti, cronachisti, necessariamente superati. Mettendosi in testa di giocare la partita su un piano mediatico invecchiano presto, cosa che non capiterà mai a quei quadri, sculture, fotografie e installazioni che rifiutano l’eccesso di letterarietà e preferiscono indagare forme e ragioni dall’interno senza piegarsi alla tirannia del contenuto. Sono opere di grande impatto ma poco hanno a che fare con quell’idea di cultura oltre il tempo che persino il concettuale, che Jean Clair non ha mai apprezzato, alla lunga ha dimostrato di possedere.
Detestare Cattelan, Hirst, Koons e Murakami significa dunque essere reazionari e disprezzare l’arte contemporanea? Niente affatto. I veri conservatori sono proprio loro, costretti a mantenere lo status quo degli anni Novanta, di quando erano giovani provocatori irriverenti come un gruppo punk e non spietate macchine da soldi per gallerie e collezionisti dell’upper class, imprigionati dal bisogno di far casino che l’arte intesa come sistema mediatico ha imposto con la loro autorizzazione.
Jean Clair, autore di una splendida Biennale di Venezia nel 1995 e di Melanconia, una delle mostre più colte e suggestive dello scorso decennio, colpisce forse involontariamente il sistema nel vivo. Se il destino dell’arte è quello di percorrere strade sbagliate, andando contro il proprio tempo e il pensiero comune, mostrarsi talmente innovativa da non essere capita, ebbene l’arte delle superstar è tutto tranne che avanguardia. C’è però un limite in questa analisi altrimenti condivisibile: l’altro, il resto, non può essere cercato nell’antica figurazione di un Freud o un Music perché, per quanto si parli di grandi maestri, siamo in presenza di un linguaggio troppo antico e lontano inadatto a spiegarci come siamo oggi. Un nuovo atteggiamento, più sincero e meno ipocrita, va scovato in quei materiali magmatici e semisconosciuti che la contemporaneità ci mette a disposizione. Guardarsi indietro, invocando tra l’altro l’abilità artigiana del tutto inutile se non va di pari passo a una grande idea, serve comunque a poco.