Ophelia paladina delle donne: «Combatto per tutte»

New YorkCi mancava solo l’intervento provocatorio, a gamba tesa, dell’ex presidente Bill Clinton. Un suggerimento a Obama al limite della costituzionalità: il consiglio di adottare un ordine esecutivo, una sorta di decreto, che richiami una postilla poco nota sul debito pubblico del 1866, quando il Congresso approvò un emendamento per la ricostruzione dopo la fine della sanguinosa Guerra di secessione.
«Caro Obama, se non ci sarà accordo, per evitare il default del governo, io innalzerei il tetto del limite del debito pubblico senza aspettare il Congresso; la Costituzione è chiara e mi appellerei senza esitazioni al 14esimo emendamento del 1866 e poi, casomai, sarebbe la Corte suprema a fermarmi». È quanto suggerisce l’ex presidente in un’intervista alla rivista The National Memo, accolta con favore da alcuni esponenti liberal come la potente senatrice della California, Barbara Boxer, ma subito bocciata dai maggiorenti del partito democratico, per una ragione: l’uso del 14esimo emendamento sarebbe visto dai repubblicani come un attentato alla Costituzione. Se Obama firmasse un ordine esecutivo di questo genere rischierebbe di dividere ancor di più quei democratici e repubblicani moderati, impegnati in queste ore in un estenuante ma non impossibile trattativa per arrivare a un accordo dell’ultimo minuto, prima che il default scatti esattamente alla mezzanotte del 2 agosto.
Il portavoce del presidente Obama, Jay Carney, ieri giocava la carta dell’ottimismo, convinto che un compromesso per evitare il baratro economico e finanziario alla fine si troverà. Se così non fosse, infatti, gli interessi di tutti i mutui verrebbero a costare uno o due punti percentuali in più e così il costo del denaro, col rischio che anche i lavori pubblici, le grandi opere e le commesse militari verranno bloccati e le pensioni non saranno pagate. Di mezzo ci sono anche gli stipendi di due milioni di impiegati federali (tra i quali i funzionari e gli agenti dell’Fbi e della Cia).
«La tentazione di fare da solo è forte, ma non è così che funziona il sistema democratico», ha replicato in una nota, smorzando la proposta Clinton, il capo della Casa Bianca, che oltre a dover fronteggiare l’intransigenza dei repubblicani, è accusato dalla base liberal di aver ceduto a troppi tagli pesanti e «verticali» nella sanità, nella scuola e nella ricerca, nell’assistenza sociale ai più poveri e anziani. Mentre al contrario l’ala sinistra dei democratici lo accusa di non aver tagliato le spese militari.
Stessa storia tra i repubblicani, la base più conservatrice, quella del Tea Party, accusa i suoi leader di Washington, e in special modo lo speaker John Boehener, di aver proposto pochi tagli alla spesa pubblica. Il piano di Boehner prevede 900 miliardi di dollari di tagli in 5 anni. Gli attivisti del Tea Party vogliono invece il pareggio di bilancio come norma costituzionale, vale a dire 1.300 miliardi di dollari di tagli nell’anno fiscale in corso. Le spese militari non si potrebbero toccare, anzi andrebbero aumentate considerevolmente. In pratica un discorso tra sordi, tra due partiti che al loro interno hanno basi sociali diametralmente opposte.
Per questo si affaccia sempre di più l’ipotesi della «terza via», cioè su un piano di compromesso. Nella notte, infatti, quasi certamente sarà approvata la proposta Boehner, già definita «morta e senza senso» da uno dei consiglieri del presidente Obama e per questo destinata a naufragare in Senato (a maggioranza democratica). Una bocciatura sonora che arriverà quasi certamente anche per il piano del senatore democratico Harry Reid. A questo punto arriverebbe il compromesso: un innalzamento limitato e temporaneo del tetto del debito che si aggiungerebbe con un articolo a una legge sugli stanziamenti per l’edilizia militare, che è già stata approvata da Camera e Senato e avrebbe un iter accelerato. Dopo il caos potrebbe tornare la pace.