OPPOSIZIONE SENZA REMORE

Nel concedermi di prendere parte al dibattito sul futuro di Forza Italia, pongo a me stesso una condizione preliminare: che il mio scritto non si esaurisca in una litania sulla necessità di riorganizzarsi o sulla «coretta» tattica politica. Con franchezza: non ho voglia di aggiungere ai tanti il mio lamento sulla mancanza di democrazia interna, sulla necessità di incentivare la presenza locale (si dice «sul territorio», mi pare), sullo spazio da lasciare ai giovani. Ci sarà pure qualcosa di autobiografico, lo confesso. Il fatto è che, per ragioni professionali, so troppo bene che i partiti, da quando esistono, non sono mai stati democratici ma, non di meno, sono strumenti indispensabili affinché la democrazia parlamentare funzioni. Se di tale contraddizione si è consci, se ne possono limitare le conseguenze nefaste e, con esse, la disillusione. Sennò si finisce come Robert Michels il quale, militante socialdemocratico deluso dalla dittatura interna degli oligarchi, si diede alla sociologia e si convertì al fascismo: due brutte cose, assolutamente da evitare. E poi ho quarantasei anni, la classica età di mezzo. Se in Forza Italia parte una guerra generazionale, ci rimango infilzato come un tordo: troppo vecchio per essere giovane e troppo giovane per essere vecchio. Infine, penso che un partito che discuta solo di organizzazione interna finisca per occuparsi esclusivamente di papi, vescovi, preti e pretini prendendo distacco dalle cose del mondo. Io di chiese e preti me ne occupo già - e con crescente rispetto -, proprio perché voglio continuare a occuparmi delle cose del mondo. Per questo, però, rivolgo la mia attenzione agli originali, senza bisogno di surrogati partitici. Insomma: credo che un dibattito proficuo su Forza Italia debba partire dalla politica. Il resto, come le buone intendenze di un tempo, seguirà.
Imboccando questa strada, si dovrà constatare che le previsioni di quanti furono pronti a scommettere, allorquando nacque, che a Forza Italia non si sarebbe mangiato il panettone (andiamo a memoria: perché partito di plastica legato ai bisogni contingenti di un uomo e alla droga propinatagli dalle sue tv, ecc.ecc.) sono stati smentiti. Forza Italia esiste da dodici anni. Ha conquistato la durata, che in politica è molto. Ha intercettato una base sociale liberal-popolare della quale ai più era ignota l'esistenza. Ha distanziato di sette punti il secondo partito italiano, erede glorioso di quel modello di partito d'integrazione sociale che ha regnato indisturbato fino al termine degli anni Settanta e al quale sono state dedicate, da storici e scienziati della politica, tante monografie da riempirne delle intere biblioteche. Ciò può significare una sola cosa: che la sua proposta originaria di modernizzazione in senso liberale della società, dell'economia e dello Stato è ancora attuale e, soprattutto, è avvertita come tale dagli elettori. In questo lasso di tempo tale proposta è stata applicata con approssimazione nel periodo di governo, ha scontato ritardi, incapacità e, a volte, anche rovinosi rovesci. Non di meno, però, né l'ostilità degli avversari né le nostre incapacità sono riuscite a sopprimerne il bisogno.
Ma non ci si può fermare qui. Perché, nel frattempo, qualcosa è cambiato: e qualcosa di più rilevante di qualche articolo di statuto o dell'età di questo o quel dirigente. Il fatto è che dall'11 settembre 2001 ci si è accorti che l'originaria proposta di modernizzazione liberale dev'essere iscritta oggi in un contesto di crisi che l'Occidente non aveva fin qui conosciuto. C'è chi ancora si ostina a credere che il terrorismo internazionale; la sicurezza interna legata all'integrazione degli immigrati; la sfida identitaria determinata, insieme, dallo smarrimento di una tradizione, da una paurosa crisi demografica e da uno scientismo che non sopporta il peso della responsabilità, siano problemi da affrontare presupponendo che siano indipendenti l'uno dall'altro. La realtà di continuo li smentisce, evidenziando come essi siano aspetti di un'unica sfida, per la quale in Occidente, ogni giorno che passa, si cede qualcosa del nostro patrimonio di libertà a una deriva totalitaria più pericolosa di quelle che fino ad oggi la storia ci ha fatto conoscere. Se si accetta senza reagire che venga negato l'Olocausto; si assegna al terrorismo la patente di partito; non ci si sconvolge di fronte a una ragazza uccisa dai genitori perché troppo libera; non fa più notizia la segregazione di centinaia di migliaia di donne che vivono in Italia da prigioniere, vuol dire che il nostro paesaggio mentale sta modificandosi e che, per questo, la civiltà cristiana e liberale si sta facendo espropriare del suo territorio, casa matta dopo casa matta: altro che fascismo islamico; ci troviamo al cospetto dell'islamo-gramscismo!
Ancor prima che riorganizzarsi, Forza Italia ha il preciso dovere di reagire; di coniugare il progetto di modernizzazione liberale iscritto nel suo atto battesimale con la difesa di una tradizione fondata sul rispetto della persona e dei suoi diritti inalienabili. Non parlo di cose astratte, ma di problemi e paure concretissime, avvertite nella quotidianità da un numero sempre crescente di cittadini italiani. E quando questa cornice è fissata, sui problemi che s'iscrivono al suo interno - dalla politica estera alla sicurezza fino alla bioetica - non bisogna lasciare margini a equivoci. I nostri elettori non ne possono più di convergenze al centro, larghe intese e «inciuci». Il tempo per queste soluzioni è trascorso. Perché in politica, così come nella vita, non è consentito prendersi tutto, fino all'ultimo strapuntino, e poi chiedere collaborazione. Ora, perciò, è il tempo di un'opposizione responsabile ma senza remore. E, soprattutto, senza che s'insegua a tutti i costi il fantasma della Casa delle libertà. Gli alleati sono importanti, così come la loro aggregazione. Ma oggi è il momento di tessere, perché se la trama della nostra proposta si farà più fitta sarà più facile assicurare che quel modello carismatico del quale Forza Italia deve andare fiera si consolidi e si perfezioni; che aggregazioni partitiche più ampie si realizzino e che, infine, quando ci si recherà di nuovo alle urne, vecchie alleanze si rinnovino con rapporti di forza più favorevoli.