Ora aboliamo l’ingiusta tassa delle corporazioni

Occorre dare un segnale. Una piccola scintilla potrebbe essere in grado di accendere un incendio liberatorio. Insomma potremmo seguire la proposta di Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura di Milano. I dipendenti, para pubblici, della Scala minacciano l’ennesimo sciopero in occasione della prima della Scala? Vengano sostituiti. Si prendano i musicisti dell’orchestra Toscanini e del Verdi e si dia loro la soirée Si vada fino in fondo. Gli aristocratici della Scala, a casa, in sciopero e senza paga. Ne soffriranno, un po’, le orecchie dei melomani. Ma ne guadagnerà un principio sacro, per cui un Paese o una città non possono essere compromesse a cuor leggero.
Gli enti lirici rappresentano un caso eclatante di imposta regressiva: cioè di tassa che grava sui più poveri, sui più deboli, sui più incolti. La collettività infatti finanzia il sostentamento degli enti lirici, perché se dovessero fare affidamento solo sul botteghino fallirebbero. Chi assiste agli spettacoli paga infatti un biglietto che copre solo una misera parte dei costi complessivi. In buona sostanza la collettività si fa carico di un servizio che in pochi godranno e a prezzo ridotto. È come se i cittadini milanesi, o romani, o catanesi pagassero con le proprie tasse una corsa in Ferrari a una pattuglia di appassionati corridori. Buon senso vorrebbe che Ferrari e gite fossero a carico degli appassionati. Ma così nella lirica non è: d’altronde si tratta di un patrimonio nazionale. Ecco perché gli autisti della Ferrari lirica ne approfittano. Ecco perché richiedono aumenti che nessun dipendente pubblico si sogna.
Vi è un meccanismo perverso in cui sull’altare del presunto benessere collettivo (la lirica in questo caso) si chiamano i cittadini a un sacrificio. Ma la misura è colma. Non ce la facciamo più della lirica che si vizia; ha ragione il sindaco di Venezia, Cacciari, quando stigmatizza lo sciopero dei croupier lagunari. E non è possibile che il buonismo del politicamente corretto faccia prevalere sempre e comunque la necessità della corporazione, meglio se nobile, a quelle della collettività.
Ha ragione Sgarbi, ha ragione Cacciari. E avrebbe avuto ragione anche Pierluigi Bersani che chiedeva più taxi in circolazione nelle grandi città, se solo avesse avuto il coraggio di andare fino in fondo.
Lo sciopero è diventato un’arma impropria. E in mano alle nostre corporazioni rischia di perdere la sua forza sociale e il suo significato più sano di rivendicazione. D’altronde viviamo in un Paese in cui a quindici anni ci permettono di scioperare dalla nostra educazione, ci fanno occupare le nostre scuole. Cresciamo con questo gusto e alimentiamo un sistema in cui lo sciopero della Scala e dei croupier di Venezia invece di essere sepolto dal ridicolo è discusso e dibattuto in alta sede istituzionale.