Ora agli industriali serve calvinismo Ma in ogni senso

(...) Giovanni Calvini. Anzi, pur non conoscendolo personalmente e pur non avendo mai Calvini presentato ai lettori del Giornale il suo programma (a differenza di quanto ha fatto in più occasioni Vittorio Malacalza, cosa di cui lo ringraziamo per la squisita sensibilità verso di noi che scriviamo e soprattutto verso di voi che leggete), sono convinto che il presidente designato di Confindustria Genova abbia tutte le caratteristiche per fare bene. Soprattutto, se governerà lui direttamente e non sarà succube di una maggioranza comunque risicata o condizionato da questo o da quello dei suoi grandi elettori.
Posso dare qualche consiglio assolutamente non richiesto? Per capirci, Calvini non deve essere un Prodi di via San Vincenzo. Non deve essere succube dell’utilità marginale di un voto o dell’altro di quelli che gli sono arrivati da una giunta che ha ribaltato le indicazioni delle categorie arrivate ai saggi. Anche perchè quella giunta risente ancora fortemente delle nomine di Marco Bisagno e di Stefano Zara, che certo non sono elettori di Malacalza. Insomma, Calvini - prima di tutto - deve contare i voti che ha avuto e anche pesarli e guardarli in faccia. Non deve andare su un ideale palco di una piazza Santi Apostoli genovese, come Prodi, fingendo di avere stravinto le elezioni. Ma deve pensare innanzitutto a chi non l’ha votato, a chi sosteneva Malacalza.
Giovanni Calvini ha nel Dna (letteralmente) la capacità per farlo. Le sue dichiarazioni appena eletto vanno nella giusta direzione. E la figura di papà Adriano, che guidò la storica marcia contro lo strapotere dei camalli, una sorta di «marcia dei quarantamila» al pesto, come ha raccontato benissimo Bruno Musso nel suo Il porto di Genova-La storia, i privilegi, la politica (un libro da leggere assolutamente, ne parleremo nei prossimi giorni), è il miglior esempio da seguire.
Insomma, caro Clavarino, io credo che Calvini abbia tutte le carte in regola per essere un buon presidente degli industriali. Purchè lo faccia davvero lui e non si faccia condizionare dalle incrostazioni che, indubbiamente, ci sono in questo momento in Confindustria Genova. La scelta di Francesco Berti Riboli come uno dei vice è una buona opzione. Quella immediatamente successiva dovrebbe essere dare ruoli pesanti, se non pesantissimi, a tutti quelli che hanno votato diversamente. Così come quella di valutare con obiettività il lavoro svolto dal direttore generale Paolo Corradi in associazione: ci sono settori, penso alle sezioni guidate da Mario Giacomazzi o da Beppe Costa o i piccoli imprenditori o altre ancora, che hanno lavorato molto bene. E tecnici e funzionari che meriterebbero una medaglia: penso allo straordinario lavoro del marketing associativo che ora rischia davvero un colpo se Confindustria dovesse rimanere spaccata. Perchè è spaccata sì. Altro che «salutare dialettica».
Detto tutto questo e dato a Calvini tutto quello che è di Calvini, resto convinto che Vittorio Malacalza fosse uno straordinario candidato, un fuoriclasse che forse Genova non si merita. E credo che Malacalza abbia dato una lezione di stile in tutta questa storia.
Ho perso sostenendolo? Io sicuramente ho perso, spero che non abbia perso anche Genova. Soprattutto, se ho perso, non sono mai stato eterodiretto da nessuno. A sbagliare, a perdere, sono bravissimo da me. E qui al Giornale non abbiamo bisogno di alcuna eterodirezione. Ci basta e avanza essere diretti, benissimo, da Mario Giordano.
Quindi, buon lavoro a Calvini, «importatore di frutta». Repubblica ha parlato di ironia su questa defizione. A me sembra solo la fotografia di un lavoro, peraltro fatto benissimo, una vera eccellenza nel settore. E continuo a sognare un mondo dove, come diceva Zavattini, «buon giorno vuol dire solo buon giorno».