«Ora anche i Comuni facciano dei sacrifici»

nostro inviato a Como

Arriva il giorno, in tante famiglie, in cui papà convoca tutti attorno al tavolo. «I soldi non bastano, ci tocca fare dei sacrifici», dice scrutandoli negli occhi. Fissa anche il più piccolo, il più discolo. Che forse non capisce ancora, ma che ha già smesso di sorridere.
Sindaco Stefano Bruni (Pdl), i Comuni italiani possono essere considerati i figli piccoli della famiglia Italia? Dopo la manovra annunciata dal governo, è arrivato anche per loro il tempo di smettere di sorridere?
«Diciamo che per ora papà non ci ha convocato - sta al gioco il primo cittadino di Como -. Ci ha mandato segnali a mezzo stampa. Anche un po’ vaghi. Nel senso che ci mancano ancora alcuni importanti elementi di valutazione. Posso però dire che il bimbo più piccolo guarda i suoi fratelli maggiori e pensa: “Ma ognuno farà la propria parte o toccherà soltanto a me?”».
Usciamo di metafora?
«Certo. Dobbiamo essere tutti pronti a fare il nostro rispettivo pezzo di strada. E sottolineo tutti. È fondamentale. E ritengo che chi è al governo una preoccupazione in merito ce l’abbia. Questo aspetto va reso ben chiaro e visibile in un Paese così lungo e quindi anche così diverso».
Parla da sindaco del Nord?
«Parlo come uno convinto che nell’attuale situazione del Paese continui a esserci chi, pur avendo l’esempio dei fratelli più virtuosi, questo pezzo di strada comune non l’abbia mai voluto fare. Avevamo a suo tempo i trasferimenti perequativi dello Stato che dovevano essere provvisori, ma che in certi luoghi sono diventati invece definitivi. Con Comuni beneficiari di trasferimenti che sono dieci volte quelli ricevuti da altri. Capisco che la cosa non possa essere rigorosamente matematica, ma ritengo che la sopravvivenza di un simile quadro renda ora particolarmente faticoso spiegare ai cittadini ciò che andremo a chiedere loro a partire da domani».
Ovvero - è brutto dirlo - sacrifici. Per i comaschi, tra tagli e nuovi prelievi, si parla di un milione di euro.
«Diciamo 800mila nel 2011 e 1,5 milioni nel 2012. Io non mi tiro indietro. Dico anzi che è doveroso, come amministratori locali, cercare di essere sempre più virtuosi. Vado oltre: dobbiamo avere il coraggio di operazioni radicali. A Como, già dal 1994, il nostro pezzo di strada lo abbiamo fatto. Senza aumentare le tasse, bensì combattendo l’evasione. Vorrei ricordare che nel ’94 c’erano 56 dirigenti comunali, mentre oggi sono diciotto. O che i dipendenti sono scesi dai 1.100 di allora agli 800 odierni. Ma c’è qualcun altro che deve fare il suo dovere».
A chi si riferisce?
«A chi nei Comuni ci lavora e anche a chi li rappresenta sindacalmente. E non parlo solo della mia città. So benissimo che non è certo un lavoro con cui diventare ricchi, ma so altrettanto bene che in un periodo di crisi come l’attuale, nel quale i posti di lavoro si perdono e poi non si ritrovano, le pubbliche amministrazioni sono rimaste una delle rare isole di sicurezza. Quindi, chi ci lavora deve avere coscienza di questo enorme vantaggio, restituendolo con un’esemplare severità nel proprio impegno».
Dopo l’annuncio di Tremonti, l’altra notte lei ha dormito? E cosa farà per accontentare il ministro?
«Il consiglio comunale è finito così tardi che non ho avuto il tempo di non poter dormire. Quanto al che fare, penso che non basterà raschiare il barile. Lo facciamo da anni. I servizi sociali, per esempio, non li possiamo certo eliminare, ma ripensare, quello sì. Non è ammissibile che 500 bambini nei nidi ci costino 5 milioni, 10mila euro a bambino. In questo, come in altri settori, dobbiamo trovare forme nuove, magari di partnership con soggetti privati, esternalizzando dov’è possibile i servizi. È il momento di scelte che non siano soltanto coraggiose, ma anche un po’ di fantasia».