Ora anche l’Italia brucia d’amore per il peperoncino

Era una spezia da poveri, che la Chiesa aveva scomunicato. Oggi è un cult della tavola che agisce come una droga C’è chi lo mette nel cioccolato, chi lo usa come arma di difesa spray e chi lo spalma sulla pelle. Ma non ovunque...<br />

Inconfondibilmente rosso, ma raro come una perla nera. Almeno fino a poco tempo fa, quando si trovava solo in polvere, spesso nascosto tra l'erba cipollina e il pepe nero. L'abbiamo ignorato per secoli il peperoncino. Cibo da poveri, l'avevano etichettato i nobili dopo che Colombo ce lo aveva fatto scoprire; fonte di passioni peccaminose, lo accusava la Chiesa decisamente contraria al suo utilizzo nelle tavole dei cattolici. Fino a poco tempo fa, dicevamo, perché un po' come un motore diesel, noi italiani abbiamo impiegato il nostro tempo per imparare ad apprezzarlo, ma ora che abbiamo iniziato, ci stiamo facendo travolgere da questa passione piccante. La prova del nove arriva dagli scaffali dei supermercati: accanto al ketchup normale ora c'è anche quello piccante, vicino alle patatine classiche, spunta un peperoncino rosso nelle confezioni vicine, e poi i sughi pronti, i cibi etnici, fino al reparto dei dolci, perché da particolarità per i palati più fini, ormai il cioccolato piccante si è fatto cioccolatino da grande distribuzione. E il peperoncino c'è chi se lo spalma perfino sulla pelle visto che è entrato da protagonista anche nel mondo della cosmesi e chi lo usa per difendersi, nascondendo sempre in borsetta lo spray per stendere i malintenzionati.

Nel mondo lo utilizzano di frequente due persone su tre. E la colpa è anche della capsaicina, il cuore del peperoncino, che stimola il nervo trigemino, e che è una specie di droga. Il peperoncino, ha rivelato uno studio scientifico australiano, dà assuefazione: non entra nella definizione medica di dipendenza ma consumarlo aumenta il desiderio di consumarlo. E più ne mangi, più lo vuoi forte. «In Italia fino a sei anni fa certe qualità proprio non si trovavano», racconta Enzo Monaco, che del suo amore per questo ortaggio ne ha fatto un lavoro, fondando l'Accademia del peperoncino: «Prendiamo una specie messicana che si chiama Habanero: un tempo da noi era impossibile comprarla, ora invece basta andare in alcuni mercati rionali, come ad esempio quello di Porta Vittorio a Roma».

Globalizzazione e immigrazione, e così ora accanto ai cespi di insalata si trovano anche diverse specie di peperoncino fresco. Ma a comprarle non sono mica solo gli stranieri, «non c'è dubbio che ormai gli italiani si sono lasciati conquistare e la contaminazione è stata facile, perché anche chi non ama la cucina etnica può semplicemente aggiungere un po' di peperoncino ai nostri piatti, insaporendoli». Storicamente sono stati i calabresi i primi ad apprezzare le doti dei sapori piccanti, capaci di impreziosire anche una cucina povera e di aiutare la conservazione degli insaccati. «Ora però, piace anche al nord visto che i nostri 3mila associati vengono da tutta Italia». La curiosità: «Solo a Udine ne abbiamo 200».
Tutti pazzi per il peperoncino, sia a destra che a sinistra. Sarà stato il colore rosso, ma pare che Marx fosse ghiotto di questo ortaggio che lui amava definire il vero cibo per i rivoluzionari. Sarà, ma sbirciando l'elenco dei soci onorari dell'Accademia si scopre che oltre a Massimo D'Alema, c'è pure Gianfranco Fini. Gli estimatori lo sanno bene: il buon peperoncino non è solo quello molto piccante. «Conta il profumo - spiega il dottor Monaco - e le sfumature sono quasi infinite: c'è quello che ricorda la liquirizia, l'albicocca o il limone, come l'Aji». In tutto circa 800 specie diverse, da scoprire lentamente, senza esagerare, perché ci saremo anche abituati ai sapori piccanti, ma alcuni rischiano ancora di farci vedere le stelle.