Ora anche l’Onu abbandona il Libano del sud

La Rice torna oggi in Medio Oriente. Nuovo appello del Papa per la pace

Marcello Foa

Servivano a poco prima, ora più a nulla. Mentre il mondo invoca l’intervento del Consiglio di sicurezza, l’Onu ha deciso di ritirare dal confine israelo-libanese cinquanta osservatori. Il comunicato ufficiale parla di «ridislocazione temporanea» dopo «i ripetuti bombardamenti degli ultimi giorni» e non sorprende nessuno: domenica l’ufficiale italiano Roberto Punzo era stato ferito dagli Hezbollah e martedì sera gli israeliani hanno ucciso quattro osservatori. Troppe tensioni, troppi rischi. E sebbene il contingente di 1990 soldati disarmati resti immutato, le Nazioni Unite hanno ritenuto opportuno abbandonare le quattro postazioni più avanzate; due già nei giorni scorsi, altre due ieri. Ne restano quaranta, in posizione più defilata rispetto alla zona dei combattimenti.
L’Onu compie un passo indietro in Libano, ma ne fa uno avanti sul fronte diplomatico. Al termine di una giornata che sembrava destinata a concludersi su una nota di marcato pessimismo, si è riaffacciata la speranza. Merito di Tony Blair che, durante un incontro alla Casa Bianca, ha convinto il presidente Bush a riprendere il percorso negoziale con rinnovato vigore. Washington resta, per ora, sulle posizioni note e in particolare pretende che il cessate il fuoco conduca a «una pace duratura in Medio Oriente», ma non può ignorare la crescente irritazione dei partner sia in Asia sia in Europa dopo il fallimento della conferenza di Roma. E dunque accelera i tempi: già lunedì si riuniranno al Palazzo di Vetro i Paesi interessati a partecipare alla Forza internazionale da dispiegare in Libano. All’ordine del giorno: il tipo di forza e le regole di ingaggio. Era l’annuncio che ci si attendeva nella capitale italiana mercoledì e che invece era mancato. Ora gli Usa, d’accordo con l’Onu, rimediano. È Bush stesso ad affermare, con convinzione, che il «contingente internazionale è necessario» e che servirà ad aiutare il governo libanese «a riprendere il controllo politico e militare del Sud del Libano». L’obiettivo è «di liberare il Paese dalle milizie».
La seconda novità riguarda il Consiglio di Sicurezza, che si riunirà la settimana prossima per discutere una Risoluzione sulla tregua in Libano e sulle modalità per resituire piena sovranità al governo di Beirut. Poche ore prima dell’incontro Bush-Blair, il presidente francese Chirac ne aveva chiesto la convocazione insistentemente e il premier britannico aveva promesso - in un colloquio telefonico con l’Eliseo - di farsene interprete. Nel pomeriggio la risposta: il Consiglio di Sicurezza verrà convocato, anche se non è ancora chiaro con quale esito. Chirac vuole la tregua subito, Bush solo a precise condizioni. Ma ciò che conta è che la macchina diplomatica si rimetta in moto, come tra l’altro è tornato a chiedere ieri il Papa, con un accorato «grido di pace» rivolto «alle orecchie dei potenti».
Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice - ed è la terza novità - riprenderà oggi stesso la mediazione tra Gerusalemme e Beirut. Per tutta la giornata si sono alternate dichiarazioni contraddittorie. Al mattino sembrava che il capo della Diplomazia Usa dovesse accorciare la visita in Malesia, dove ha partecipato al summit con i ministri degli Esteri asiatici, e partire subito per il Medio Oriente. I giornalisti al seguito erano già stati invitati a preparare le valigie, ma dopo poche ore era giunto il contrordine: partenza annullata. E la stessa Rice si affannava ad affermare che «sarebbe tornata in Medio Oriente, ma solo al momento opportuno per lei». Il summit alla Casa Bianca ha ribaltato la situazione. Contro-contrordine: la Rice parte oggi stesso.
È verosimile che a spingere Washington al ripensamento sia stato il presidente egiziano Mubarak, che inizialmente aveva tenuto una linea prudente, ma che, sotto la pressione dell’opinione pubblica interna scioccata dalle immagini di morte e di devastazione provenienti dal Libano, ieri ha criticato l’amministrazione Bush per aver fatto «troppo poco» per fermare la violenza e ha accusato le truppe israeliane di essere andate «molto oltre il limite». Mubarak è un alleato strategico: Bush non può permettersi di ignorarlo.