Ora basta, i magistrati tengano in carcere tutti questi criminali

Due complici e favoreggiatori di un branco di ladri stupratori vanno a casa con la firma del giudice dopo qualche giorno, magari a inquinare prove, certo a rilasciare illegalmente e incivilmente interviste, altrettanto illegalmente e incivilmente raccolte e pubblicate da un quotidiano nazionale. Un giudice non è un registratore di cassa, un giudice vive nella nostra società, legge i giornali, conosce le vicende e i problemi, capisce le conseguenze delle decisioni che assume. Nessuno pensa che la giustizia possa o debba risolvere i mali della società italiana, ma almeno non deve aggravarli. Anche la più rigida applicazione della legge ha sufficienti margini per consentire a chi lo fa di decidere e di scegliere, di portarne la responsabilità.
I giudici di Cassazione che non hanno dato l’ergastolo al romeno assassino di Giovanna Reggiani a Roma, perché hanno ritenuto che ubriachezza e rissosità fossero delle attenuanti, hanno compiuto una scelta che, a voler essere tecnici, pecca di eccesso di garantismo, a dirla senza troppe formalità è un segnale grave e carico di responsabilità. Il gip che ha concesso gli arresti domiciliari allo stupratore della notte di Capodanno alla nuova Fiera di Roma, l’altro che sabato scorso ha rimandato a casa i due complici del branco di romeni a Guidonia, non possono rinchiudersi né rifugiarsi dietro la lettera della legge, o sotto la parolona «incensurato», perché semplicemente non è così che si fa, non è vero che non possano comportarsi diversamente.
L’Italia attraversa una emergenza di crimini, violenze e tentativi eversivi. Che siano stupri, rapine sanguinose, evasioni dai centri per clandestini, che siano omicidi orribili, come quello di Giovanna Reggiani, sono diventati elementi di costante preoccupazione sociale. Non li commettono soltanto gli stranieri, a Capodanno lo stupratore era un «bravo ragazzo» romano che di nome fa Davide e che qualche ora prima si faceva intervistare in tv per consigliare di non esagerare con gli alcolici, ma certamente li commettono in maggioranza stranieri extracomunitari o con troppa fretta promossi a comunitari dal governo di Romano Prodi.
La violenza si combatte con regole severe. L’effetto moltiplicatore dell’imitazione va stroncato, mostrando e insegnando la durezza delle conseguenze. Certo, non solo al giudice compete esercitare la mano dura della legalità di uno Stato sovrano. Il governo non deve esitare per timore di perdere consenso, piuttosto rischia di succedere il contrario. La brava gente semplicemente non ne può più, i tentativi di linciaggio e qualche episodio di grave razzismo rischiano di diventare comprensibili e perfino giustificabili. Perché non seguire l’esempio dell’Olanda che ha chiuso dall’inizio dell’anno le frontiere a romeni e bulgari, risultati in cima alle classifiche di delinquenza?
Ma è sul tavolo di un giudice che finisce per fortuna, o purtroppo, buona parte di questa materia delicata. Ci arriva, grazie all’ottimo lavoro di polizia e carabinieri, anche rapidamente, e da lì deve uscire non solo trasformata in decisione o sentenza giusta, deve pure avere una funzione educativa per italiani e immigrati, inviare un messaggio esemplare, non fare i dispetti all’esecutivo.
Il giovane romano Davide è diventato un eroe carico di ammiratori sul sito di incontri online che si chiama Facebook. È una cloaca dove si accumula senza censure qualsiasi umore, soprattutto quelli giovanili, dunque è un grande sgradevole specchio. Davide su Facebook è uno che ce l’ha fatta, li ha fregati gli sbirri, e adesso se ne sta a casa sua. Sull’altro fronte la ragazza che Davide ha massacrato si fa intervistare per dire che si farà giustizia da sola. La stessa cosa sostengono con tutta la rabbia che hanno in corpo i due ragazzi aggrediti a Guidonia. Assalti, rapine, violenze sessuali negli ultimi due giorni sono avvenuti in Calabria e in Sicilia. Nessuno si azzarda a stabilire una relazione meccanica di causa ed effetto, nessuno qui vuole manipolare la cronaca. Ma si può serenamente sostenere che non sarebbe così, e così preoccupante per tutti, se i colpevoli fossero rimasti in carcere in attesa del processo e degli accertamenti definitivi, se l’assassino di Giovanna Reggiani fosse all’ergastolo. Si chiama certezza della pena, signori giudici, e non è un’espressione oscena.