Ora Berlusconi è ottimista sulla pace fra Israele e Palestina

nostro inviato a Parigi
Se davvero, come assicurato da Silvio Berlusconi dopo il faccia a faccia mattutino all'hotel Raphael con il premier israeliano Ehud Olmert, si è giunti a mettere sul tavolo «i particolari della negoziazione che sono molto concreti», non c'è da meravigliarsi che il presidente del Consiglio si lanci in una considerazione che suona molto più forte di un auspicio: «C'è davvero da sperare che questa volta possa esserci una conclusione positiva per il Medio Oriente. Sono molto più ottimista che nel passato».
In un soleggiato 14 luglio, prima di presenziare alla Concorde - al fianco di Gordon Brown - alla consueta parata militare e prima di un'ultima colazione di lavoro all'hotel de Marigny con il presidente francese Nicolas Sarkozy e la prèmiere dame Carla Bruni, il presidente Barroso e il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon, Berlusconi affronta in un ultimo bilaterale Olmert. Gli fa capire che l'Italia farà quanto nelle sue possibilità per la «svolta» che si annuncia vicina. Gli fa sapere che tenderà una mano ai palestinesi per impegnarli alla sospirata firma di una pace che si spera definitiva. Che è pronto ad offrire ospitalità ad Erice per la messa a punto degli ultimi capitoli del contenzioso.
Ma non gli nasconde che anche Israele deve fare le sue brave concessioni. «Credo - spiega prima di lasciare l'albergo in cui ha soggiornato, a fianco dell'Arc de Triomphe - che da entrambe le parti ci debba essere elasticità: mi è parsa di coglierla nella parte israeliana, cercheremo di mettere in campo la nostra capacità di convincimento per quanto riguarda quella palestinese».
Il punto di arrivo, il target cui si tende tutti (specie Bush, tiene a ricordare) è che in questo 2008 si giunga all'intesa che permetta la nascita dello Stato palestinese che viva in pace con quello di Gerusalemme. «Per arrivarci - insiste e sottolinea - tutti debbono essere capaci di fare qualche rinuncia. D'altronde, anche nel mondo del lavoro non si può mai andare a una trattativa riuscendo poi a cogliere il cento per cento degli obiettivi. Si deve essere capaci di riuscire a considerare un successo il raggiungimento di un accordo, ma qualche sacrificio entrambe le parti lo devono fare».
Ad Abu Mazen, nome di battaglia di Mamhoud Abbas, il premier italiano torna a ripetere - come gli aveva già detto a Roma un paio di giorni fa - che si farà il possibile per venire incontro alla necessità di finanziamenti per sorreggere il nuovo Stato palestinese. Ad Olmert garantisce la permanenza delle nostre truppe in Libano, almeno fin quando la situazione non sarà stabilizzata, azioni diplomatiche nei confronti di Beirut ma anche di Damasco e la conferma di una linea rigida nei confronti di Teheran.
«Il ruolo dell'Italia? Quello - spiega ancora Berlusconi - di essere amici dell'una e dell'altra parte e avvicinare le loro posizioni il più possibile». Certo, il quadro «è molto complicato» per cui bisogna sempre tenerlo sotto controllo «con le armi della diplomazia, dell'amicizia, dei consigli disinteressati», ma la strada gli sembra ormai abbastanza spianata grazie alle terapie messe a punto in questi ultimi anni. Non solo da parte di Sarkozy (che in patria punta sul suo ruolo di «pacificatore») ma anche dell'amministrazione americana e di numerosi «protagonisti in Europa», pronti tuttora a «impegnarsi in direzione di una pace duratura».
Berlusconi lascia Parigi - dopo la parata che ha mostrato di gradire e la colazione all'Hotel de Marigny - avendo rafforzato nella due giorni francese il suo ruolo internazionale («Ormai ho rapporti di amicizia con tanti capi di Stato e di governo...») e non mancando di lanciare un amo di non poco peso sulla necessità di una intesa in tempi rapidi sul costo del barile di greggio. «Bisogna convocare subito i Paesi produttori, farli incontrare coi Paesi consumatori - ha detto -. E da questo incontro deve nascere un limite alla speculazione, che non giova a nessuno».
Un tema che forse riprenderà già oggi quando, a palazzo Chigi, riceverà il presidente della commissione europea Barroso. Col quale esaminerà certo il complesso tema dello stop irlandese imposto alla Ue. Ma con il quale non mancherà certo di chiedere un maggior interventismo di Bruxelles sull'impennata petrolifera. Che, come aveva detto con chiarezza al Grand Palais, rischia di bruciare tutti i sogni di sviluppo. Non solo europei. Ma anche mediterranei e medio-orientali.