«Ora Berlusconi se ne vada», l’unico loro slogan

Caro Granzotto, ho visto ultimamente su Rai 3, da Corradino Mineo - io non me ne perdo uno - Massimo d’Astuzia annunciare: «Berlusconi se ne deve andare!» e quindi, dopo pausa progressiva, molto icastica: «Berlusconi se ne deve andare», scandendo, perché Fox non parla; scandisce. Che personalità, un uomo che dalla cintola in su tutt ’il vedea. Poi ha chiuso la bancarella dei giochi, ha inarcato il baffo e se n’è tornato, novello Nessuno, in barca. Quando lo rivedremo?
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Chiamalo fesso, il D’Alema: nell’equilibrare costi e benefici, è un drago. Butta là un «Berlusconi se ne deve andare» (costi mentali, affaticamento delle cellule grigie: zero) e si guadagna il gradimento dei «sinceri democratici». Ovviamente la cosa funziona perché il quoziente di intelligenza dei «sinceri democratici» è quello che è, però in ogni caso a D’Alema i conti tornano. Nel senso che ancora una volta è riuscito a fare fessa la sinistra civile (quella politica abbocca e non abbocca: dipende dai bioritmi). Resta comunque interessante cogliere il senso di rassegnazione che emerge dal mantra democratico ripetuto senza tregua anche e soprattutto da colui che resta pur sempre il cervello più lucido della sinistra. D’Alema non proclama: «Dobbiamo mandar via Berlusconi», bensì: «Berlusconi se ne deve andare». C’è una bella differenza, non trova caro Guardaline? Nel primo caso si manifesterebbe la volontà politica, l’impegno dei vertici della sinistra a suonarle, per via parlamentare o elettorale, al Berlusca e a tutto il suo schieramento. A proporsi cioè, come alternativa contrapponendo al programma di governo della destra un programma della sinistra in grado di suggestionare positivamente l’elettorato e vincere così le elezioni. Certo, per poterlo fare o comunque tentare di fare bisogna avere idee, propositi e iniziative alternative, appunto, a quelle della maggioranza, e qui casca l’asino. Perché alla sinistra - tutta, dai Follini ai Vendola passando per i Bersani e le Serracchiani, i Di Pietro, le Finocchiaro, i D’Alema e le Bindi - s’è inaridito il pensiero. Non da ieri, ma da una quindicina d’anni, da quando ridusse la sua ragion d’essere politica, sociale e culturale all’estetica salottiera dell’antiberlusconismo. Che per quanto fasullo, per quanto di cartapesta ritenevano fosse, pensavano di togliere di mezzo senza troppa fatica con la famosa «spallata».
Essendosi però presto dimostrata, la spalla della sinistra, inadatta perché troppo gracile, la sinistra non trovò di meglio che affidare l’incombenza ad altre strutture ossee: alle spallone della magistratura, alle spallacce dei repubblicones, alla sputazza degli Spatuzzi, alla groppa dei Beppegrillo, ai pizzuti òmeri delle girondine, alle spalline delle D’Addario per finire alle spallucce ucce ucce di Gianfranco Fini, già gravate, per altro, dal peso di un cognatino ferrarista a carico. Il «Berlusconi se ne deve andare» di Massimo D’Alema e compagni non è, dunque, un impegno, ma un pressante appello rivolto a chiunque - anche ai lanciatori di souvenir, perché no - possa fornire, laddove tutti hanno fallito, il proprio contributo all’impresa di far fuori il Cavaliere. Difficile definire tutto ciò politica: è invece quella che nel linguaggio popolare si chiama una «fissa», cioè una patologia, un disturbo mentale, un insano furore maniacale contrassegnato da crisi d’iracondia depressiva ove non si riesca a distruggere l’oggetto o il soggetto titolare della «fissa» medesima. Un quadro clinico che poi è il ritratto dell’insieme degli immusoniti-isterici «sinceri democratici». Che Dio ce li conservi così come sono: fastidiosi, petulanti, ma alla fin fine innocui quaquaraqua.