«Un’ora di blocco ci costa 3 milioni e non serve a cambiare le cose»

Il professor Ichino (ex Pci): «Le aziende e la gente non si fanno convincere dai sit-in». Che di rado arrivano in tribunale

Gabriele Villa

Curiosità spontanea e anche un po’ masochista: quanto costa mediamente alla comunità un'ora di blocco stradale? Risposta pronta e attendibile: tre milioni di euro. Centesimo più centesimo meno. Senza conteggiare i cosiddetti costi indiretti, difficili da calcolare anche per uno scienziato della contabilità, assolutamente addetto ai lavori come il professor Pietro Ichino. Autore di un libro, dal titolo illuminante, di cui abbiamo avuto già modo di occuparci: «A che cosa serve il sindacato?», edito da Mondadori.
Pietro Ichino è professore di diritto del lavoro, già deputato nelle file del Pci con trascorsi ineccepibili di dirigente della Fiom-Cgil. In altre parole, un uomo di dichiarata fede politica ma che, per la sua capacità di analisi, schietta quanto diretta, si continua a rivelare una sorta di scomodo grillo parlante per una certa sinistra. Ed è proprio una meticolosa analisi di Ichino che ci aiuta a contabilizzare, a proposito di precedenti illustri, due anni da record. Dal 17 luglio del 2002 al 4 dicembre del 2003 i lavoratori dell'Alfa di Arese, ci ricorda Ichino, hanno effettuato tra strade, autostrade e stazioni, qualcosa come 35 ore di blocco. Considerato che si può comodamente «stimare che ciascuno di questi blocchi abbia fatto perdere mediamente il doppio del tempo, circa 70 ore, ad almeno cinquantamila persone se il valore medio di un'ora di lavoro (parametri di due anni fa, ndr) era di almeno 30 euro a persona, il costo complessivo patito dal sistema urbano milanese a causa di quei blocchi, senza contare il costo indiretto è stato di 100 milioni di euro».
Una formula semplicissima di moltiplicazioni e divisioni che porta a un risultato drammatico. L'idea di bloccare autostrade e linee ferroviarie non è particolarmente originale. È un tecnica di lotta che i metalmeccanici impiegano quasi a ogni occasione. Ma dopo non accade nulla, non c'è alcun seguito nelle aule giudiziarie. È ancora il professor Ichino che ci viene in aiuto per ricordarci come è sempre andata, citando un esempio clamoroso. Il blocco stradale, addirittura preannunciato dalla stampa, del 26 aprile del 2004, quando, i metalmeccanici hanno bloccano per venti minuti l'autostrada Milano-Laghi. Un'iniziativa anomala perché proclamata non soltanto a sostegno dei lavoratori dell'Alfa di Arese ma anche di quelli della Fiat di Melfi che pure, negli stessi giorni stavano adottando a loro volta il blocco stradale come forma di lotta. Risultato? Anche quella iniziativa anomala, ricorda Ichino non risulta abbia avuti seguiti penali tanto più che la Fiom «mantiene una benevola neutralità giustificando simili azioni come conseguenza della disperazione di un gruppo di lavoratori». Ma chi vuole convincere la Fiom scendendo per le strade e sui binari assieme allo Slai-Cobas e alla Flmu-Cuv nel ricorso a questa forma di lotta?
Lecita, lecitissima domanda, che si pone anche Ichino nel suo libro. E, scandagliando i segreti labirinti delle strategie sindacali rimarca: «Non certo le imprese riluttanti a investire: non si è mai vista un'impresa che si lasci convincere dai blocchi stradali a investire in una determinata località ad assumere proprio gli autori di quei blocchi. Né può essere l'opinione pubblica l'interlocutore di cui si vuole conquistare il consenso: nessun viaggiatore è disposto a considerare favorevolmente le ragioni sindacali di chi lo tiene in ostaggio per ore su un'autostrada o in una stazione ferroviaria». Per trovare altre risposte valide abbiamo tutto il tempo. In coda. Al prossimo blocco.