Ora c’è da sfruttare quel (poco) che resta delle notti mondiali

Rispetto all’avventura tedesca la difesa, orfana di Cannavaro e (da ieri) di Panucci, è più vulnerabile. Ma le vitamine possono arrivare dai giovani: Chiellini, Aquilani, Cassano. Che (se vuole) è la vera arma in più

Baden - C’era una volta, solo due anni fa, l’Italia campione del mondo foderata d’acciaio. La sua corazza era rappresentata da un portiere formidabile e da una difesa insuperabile, Cannavaro il capitano, leader carismatico di quel plotone di sentinelle. Due anni dopo il trionfo di Berlino, quella corazza sembra diventata di latta. La spiegazione, elementare, è la seguente: Nesta è a casa, il Pallone d’oro è rimasto azzoppato per una pedata maldestra di Chiellini, la sua assicurazione sulla vita, Buffon, da tempo è alle prese con acciacchi vari, la schiena innanzitutto per non parlare della famosa spalla operata l’anno prima. Nel mondiale di Germania l’Italia foderata di acciaio riuscì a subire appena due gol in tutto il torneo: uno su autorete di Zaccardo, l’altro, su rigore, nella finalissima, da Zidane. Rimase in pratica inviolata e molti, Gattuso tra questi, raccontarono dell’incoraggiamento offerto dal portierone ai suoi sodali azzurri prima di ogni sfida. «Tranquilli, tanto non mi fanno gol» amava ripetere.

Qui, a Baden, nell’attesa di volare verso Berna e cominciare l’europeo dall’altra parte, in Svizzera, l’Italia campione del mondo si ritrova con una difesa tutta da inventare. Ad Amburgo, appena ci fu bisogno di lui per l’infortunio toccato a Nesta, Materazzi presentò le proprie credenziali: un bel gol di testa contro la Repubblica Ceca e poi una perfetta intesa con Cannavaro. Qui Matrix non è accreditato di particolare tono muscolare né di forma smagliante: ha concluso il campionato a folle, senza innestare la marcia superiore. E nei duri allenamenti, a Maria Endersdorf, il suo deficit si coglie tutto. Tecnici e osservatori punterebbero su Chiellini, rivelazione della Juventus da centrale, se quest’ultimo non avesse tradito alcune esuberanze agonistiche. Perciò Donadoni è alla ricerca dell’ispirazione che possa condurlo fuori dal tunnel. Impensabile ricorrere a Panucci, fermato ieri per un risentimento al tendine d’Achille della gamba destra, Gamberini è solo un debuttante che può guardare all’evento con gli occhi sognanti di un bambino.

Non è questo l’unico difetto, vistoso, della Nazionale che lunedì sera, a Berna, deve vedersela con gli orange di Marco Van Basten. L’Italia di Donadoni ha l’età media più alta di tutto il torneo, oltre 29 anni, di poco superiore a quella della Svezia, e può perciò contare sull’esperienza dei suoi maggiori esponenti, in attacco (Toni) come a centrocampo (Gattuso e Pirlo) dalla ridotta autonomia fisica. Per fortuna è un circuito breve, sei partite per arrivare fino all’epilogo di Vienna, la sera del 29 giugno, tre settimane di sacrifici. Eppure proprio da tre giovanotti alle prime armi, possono arrivare le vitamine necessarie, il ricostituente azzurro. Chiellini è un difensore pieno di adrenalina, come si capisce dalla sua reazione dopo l’infortunio di Cannavaro (discussione con Cassano, abbracci e baci al papà di Fabio incontrato a casa azzurri) ma il suo contributo può risultare decisivo visto che al suo fianco c’è Barzagli, non Franco Baresi. Il secondo dell’elenco è Aquilani, centrocampista di lotta e di governo, alle prese con un impegnativo mercato (gli risultano molte richieste, quella dell’Inter la più allettante) e con un possibile ballottaggio con Gattuso e/o Ambrosini. Il terzo è Cassano, accolto in ritiro da una ostilità pelosa di parte della critica. C’è chi non gli perdona le sue cassanate romaniste e chi invece lo vuole penalizzare per aver scoperto dalla concorrenza della sua presenza nella lista dei 23 azzurri. Antonio, per ora, sembra un chierichetto. Scherza e gioca con tutti, parla con la mano davanti alla bocca quasi soffrisse di alitosi e cerca sponde presso Antonello Valentini, il portavoce della Nazionale, soffocandolo di battute in dialetto barese.

Perciò l’europeo più complicato della storia azzurra nasce sotto una cattiva stella. La tradizione è contro: un solo successo, in casa, contro la Jugoslavia, 40 anni prima, con Riva in gol nonostante la pubalgia (altri tempi); una sola finale conquistata nel 2000 (la Francia ci beffò con Trezeguet) e molte delusioni distribuite nel tempo. L’ultima, in Portogallo, con il Trap, Totti sputator scortese e il tacco malefico di Ibrahimovic. Superare il primo turno, svicolando tra Olanda, Romania e Francia, sarebbe un successo. Meglio da secondi, per restare fissi in Austria. Nonostante l’appuntamento con la Spagna.