Ora c’è il timbro dell'Ue: il ministro Brunettanon è affatto un "cretino"

<p>L'epiteto che Tremonti gli diede è smentito dai fatti. Nel giro di tre giorni Brunetta, e non il ministro dell'economia, ha messo in piedi un piano anti crisi che ha appena ricevuto il viatico di Bruxelles</p>

La notizia non è tanto che la lettera promossa da Bruxelles è stata scritta in tre giorni a Palazzo Vidoni, sede del ministero della Pubblica amministrazione, e non in quello dell’Economia. Ma che Renato Brunetta, tirando le somme di tre anni di legislatura, non era poi così «cretino», visto che ha portato a casa una promozione che vale oro. All’epiteto che Giulio Tremonti, collega ed eterno rivale, gli rivolse fuori onda durante una conferenza stampa («un intervento suicida, è un cretino») non ha mai risposto. Nessuna reazione nemmeno dopo lo storico litigio in Consiglio dei ministri, quando il superministro lo allontanò al grido di «ti prendo a calci in culo».

Però, a partire da quei giorni - raccontano altri esponenti del governo - Brunetta ha costruito una vendetta personale che è arrivata a un traguardo simbolico mercoledì sera, con il via libera dell’Unione europea a un programma anti crisi che porta soprattutto la sua firma.

In mezzo, tra l’insulto e la consegna della lettera, c’è appunto il Brunetta zen e accomodante. Abbracci al ministro dell’Economia, disponibilità a dimenticare, porte chiuse ai giornalisti che cercavano di strappargli una reazione che facesse titolo. Il ministro più infiammabile dell’esecutivo è arrivato a ostentare una vocazione francescana, lui che è ateo, quando, unico nell’esecutivo, è arrivato a soccorrere il superministro che stava attraversando il suo momento più difficile tra il caso Milanese e le richieste di dimissioni di Guido Crosetto: «È bravo, non se ne deve andare». Aplomb che lo ha portato, per un po’, lontano dai riflettori dei media, spietati con chi si comporta in modo non conforme alla maschera e con chi non fornisce materiale da retroscena.
La spiegazione ufficiale che esce dal ministero è che non c’è nulla di studiato e che Brunetta è così di carattere: metabolizza, ma non si muove di un millimetro. Visto dalle parti di Palazzo Chigi il corso brunettiano è ancora più chiaro. Gioco di squadra, mai negli uffici di Silvio Berlusconi per sollevare problemi. Semmai al limite della molestia quando arriva, con decine di power point, tabelle e simulazioni, ma lo fa sempre per proporre soluzioni.

È successo così anche con l’ultima bufera, l’ultimatum dell’Europa. I partiti che si sono fronteggiati dentro il Pdl sono due. Uno, idealmente capeggiato da Tremonti, convinto che la soluzione dovesse essere politica (i retroscena parlano di pressing di Via XX settembre per dimissioni del premier), l’altro che invece proponeva risposte economiche e sfornava proposte, perché la sberla europea - andava ripetendo da giorni il ministro della Pubblica amministrazione - «è la grande occasione per dimostrare che alcune riforme le abbiamo fatte e che possiamo farne altre ancora più incisive». E se nella maggioranza la situazione dovesse precipitare? Pazienza, «la lettera è un’ottima base per la campagna elettorale».

Il Dna è socialista come quello di Tremonti, solo che Brunetta appartiene alla pattuglia di giovani universitari che Gianni De Michelis arruolò nel Psi. La visione del ministro socialista era quella di giovani tecnici da introdurre alla politica, invece di politici con una infarinatura tecnica. A condividere queste origini con Brunetta, un altro ministro del governo Berlusconi, Maurizio Sacconi. Negli stessi anni prendeva forma un’altra nidiata Psi, quella dei Reviglio boys, ai quali appartiene a pieno titolo il ministro dell’Economia, assieme a Domenico Siniscalco. Una scuola di politica e di economia tenuta direttamente dentro le stanze del ministero delle Finanze, (Franco Reviglio era il titolare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) che a detta dei brunettiani non ha tolto a Tremonti il suo principale limite: non è un economista. Giurista di formazione e di impostazione, gli «manca la prospettiva e l’impostazione luterana, che è poi il principale insegnamento di De Michelis ai suoi allievi», spiegava un ex esponente socialista. La lettera di Romani, Brunetta e Sacconi, insomma, è il banco di prova per una politica economica radicalmente diversa. La battaglia europea l’ha vinta il ministro «cretino», la guerra si deciderà sull’attuazione delle riforme annunciate nella lettera.